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Intervista a Ludovico Einaudi

Ludovico Einaudi: linguaggi organizzati e mondi sonori in equilibrio nel tempo…

Il tempo, diverse scansioni o categorie temporali sembrano essere elementi ricorrenti e particolarmente cari nella sua produzione.
Lo si può facilmente dedurre già dai titoli di molte sue opere e composizioni, dall’ultimissimo “In a Time Lapse” procedendo a ritroso fino ai precedenti “Nightbook”, “Divenire”, “Una mattina”, “I giorni” e “Time Out”.
Cosa l’attira ai diversi significati di questo termine e alla sua idea di movimento?

Cover di "In a Time Lapse", cd di Ludovico Einaudi, ospite Pomigliano Jazz 2013Sì, è vero. Diciamo che il tempo è forse la metafora che in qualche modo accomuna il corso della nostra vita, scandita da tanti movimenti interiori e anche esterni che influenzano le cose più semplici, quali i giorni e le stagioni. Stagioni che possono essere quelle riferite ai periodi che scandiscono il corso della natura ma anche quelle che determinano certi stati o cambiamenti della nostra esistenza.
Tutti questi movimenti e queste scansioni sono poi elementi e forme che si ritrovano all’interno della musica.
È come un tracciato di pensiero che accomuna da una parte la mia esistenza e le mie riflessioni sull’esistenza e, dall’altra, le mie architetture musicali, per costruire intorno a queste riflessioni dei suggerimenti che rientrano poi dentro la musica, fatta di ritorni, di movimenti ed evoluzioni circolari, cose che sono un po’ la caratteristica della mia espressione musicale.

La sua carriera è partita da una lunga gavetta di studi sulla composizione, per poi inoltrarsi nel mondo del teatro e della danza, ma soprattutto nel campo del cinema in cui ha avuto l’opportunità e lo stimolo di creare un gran numero di colonne sonore.
Come compositore e come musicista creativo, non ritiene che siano state proprio tutte queste esperienze un po’ difformi a mantenerla su un piano d’equilibrio e di apertura nei riguardi di quelle che sono le sue peculiari concezioni estetiche ed espressive?

Cover di Time Out - cd di Ludovico EinaudiBeh, diciamo che sono tutte esperienze, in particolare quelle con la danza, che a suo tempo mi hanno fornito la possibilità sperimentare e di lavorare all’interno di territori esterni alla musica che tuttavia sono diventati anche una forma di allenamento, per capire la funzione espressiva della musica all’interno di un progetto legato al teatro o alla danza.
Ciò è stato anche valido per il cinema e mi ha aiutato a comprendere quali elementi musicali creassero certe emozioni o veicolassero particolari significati espressivi.
Sono tutte esperienze che poi ho inglobato nel mio modo di fare musica.
Quando studi la musica apprendi molte cose essenzialmente tecniche, non c’è una scuola che ti spieghi quali sono le funzioni espressive di ciò che tu crei con la musica.
Forse, pensandoci adesso, abbinare la musica al teatro, alla danza e allo spettacolo in genere, richiede una non comune capacità di sottolineare certi momenti, di creare delle atmosfere che possono assumere, ad esempio, delle forme in crescendo, dei climi drammatici o melodrammatici.
In altre parole, sono esperienze che ti aiutano a capire quali sono gli elementi della musica che favoriscono queste sensazioni.
È stata una scuola che sono stato ben contento di aver fatto nel passato, confluita nella mia ricerca attuale in seno alla musica che mi preme e occupa maggiormente.

Di recente ha deciso di commemorare il suo maestro Luciano Berio proponendo dal vivo l’opera “The Elements”, un motivo di riflessione sui quattro elementi naturali che poi erano cari anche allo stesso Berio, giacché ad essi aveva dedicato quattro dei suoi “Six Encores” per pianoforte.
Qual è stato il suo rapporto con Berio e cosa ha appreso dal suo pensiero?

Ludovico Einaudi ha collaborato con Luciano BerioLa composizione di “The Elements” è stato un omaggio a Berio con cui ho trascorso un periodo della mia vita molto importante e formativo e da cui ho imparato a riflettere sulla musica in un modo più libero, aperto e curioso.
Non solo. Berio aveva intuito, se non già capito, il mondo come sarebbe diventato adesso.
Quando ci ha lasciati, una decina d’anni fa, non esisteva ancora quest’istantaneità della comunicazione globale di cui tutti siamo adesso fruitori felici e consapevoli.
Lui però aveva capito in anticipo che la musica, o per meglio dire, le musiche, le altre tradizioni, le altre culture e i linguaggi sarebbero stati più incrociati e interconnessi.
In qualche modo, da ciò che vedeva, leggeva o ascoltava, spaziando tra architettura, letteratura e vari tipi di musica, riusciva a comprendere ed estrapolare la sostanza del mondo o la chiave utili ad essere inglobati in un linguaggio personale, lineare e molto rigoroso.
Oggi la cosa più difficile è proprio quella di mettere o tenere insieme tutto ciò che ci bombarda e di mantenere una linea in cui organizzare tutti i pensieri, le varie suggestioni, la molteplicità dei messaggi e dei significati, effettuando una selezione che dia alla fine un senso organico al tutto.
Berio lavorava e procedeva esattamente in questa direzione, interessandosi, ad esempio, di musiche popolari o canti africani che poi inglobava nelle sue opere.
Questa è la lezione più importante che credo di aver appresso da Berio. Sebbene, rispetto alla sua, la mia generazione avesse già acquisito abbastanza confidenza con questo nuovo mondo globale che si andava a mano a mano sviluppando, Berio mi ha nondimeno insegnato come avrei dovuto meglio affrontarlo e interpretarlo.

Limitrofo al suo discorso e percorso artistico c’è un altro musicista e compositore italiano che come lei è assai noto in giro per il mondo e rappresenta un voce originale sulla scena musicale internazionale. Mi riferisco a Roberto Cacciapaglia. Vi conoscete? Cosa pensa del suo lavoro?

Sì, lo conosco da molti anni ma confesso di non conoscere bene le sue cose più recenti. Negli ultimi tempi so che ha iniziato un’attività concertistica che prima non faceva, con il pianoforte e l’orchestra, quindi mi sembra che stia facendo un bel percorso artistico. Più di così non so dire perché, appunto, non ho sentito le sue opere più recenti. Ho ascoltato qualcosa qui e là che mi è sembrata comunque molto valida.

Cosa mi può dire del suo rapporto con l’elettronica e la tecnologia? Ho letto che ha passato del tempo all’IRCAM di Parigi.

Ludovico Einaudi impegnato nella registrazione di un discoAi tempi di Berio sono stato presso l’IRCAM solo per un brevissimo periodo e dunque non ho avuto un’esperienza vera e propria.
Diciamo che l’esperienza con la musica elettronica l’ho fatta un po’ più tardi, quando i computer sono diventati dei mezzi più accessibili a tutti.
Sicuramente avevo conosciuto a suo tempo il grande Peppino Di Giugno, che era un po’ l’anima più tecnica dell’IRCAM e i cui progetti ed esperimenti sono stati poi sviluppati negli anni a seguire.
La cosa bella dell’elettronica oggi è che con un laptop uno può fare tutte le sperimentazioni che desidera senza avere gli ostacoli e le necessità, anche economiche, del passato.

Che percentuale assegna all’aspetto formale di una sua composizione? In altri termini, qual è il metodo con cui elabora un tema o un motivo per far breccia nell’immaginazione e nello stato emotivo dell’ascoltatore?

Ludovico Einaudi al pianoforteDirei che non esiste un metodo omogeneo e uguale per elaborare tutte le musiche.
Ogni musica richiede una sua forma.
Ossia, è la musica che poi chiede di essere sviluppata, di volta in volta, singolarmente e in modo diverso.
Ogni tema e ogni brano hanno il loro processo o sviluppo che non è quasi mai simile ad un altro.
È un po’ difficile accomunare la musica dentro un tipo di forma.
Io in un certo periodo ho esplorato anche un po’ l’idea, per alcuni brani, forse quelli più pianistici, della forma-canzone strumentale in guisa di strofa e ritornello.
E invece per molti altri brani ho preferito usare tipi di forma diametralmente opposti e differenti.

Resta ancora sorprendente il modo in cui tipi di pubblico differente e oltretutto di paesi e continenti diversi accolgono con interesse la sua musica e hanno decretato il successo dei suoi concerti e dei suoi dischi. In quale parte del mondo o in quale nazione si sente più soddisfatto e a proprio agio quando si esibisce dal vivo?

Beh, devo dire che suonare in Europa mi rende molto contento.
Chiaramente parto dall’Inghilterra, che è il luogo in cui ho ricevuto le prime grandi soddisfazioni e dove c’è un pubblico sempre molto attento e competente.
È il posto dove ancora oggi mi sento più a mio agio e molto amato.
Poi direi anche Germania, Francia e tutto il Nord Europa.
Ovviamente non escludo dalla lista l’Italia ma di recente sono stato piacevolmente sorpreso anche dai consensi riscossi negli Stati Uniti, in Russia e Cina.
Ogni pubblico ha le proprie sfaccettature e preferenze ma come artista direi d’essere certamente più sedimentato in Europa che altrove.

Per due anni consecutivi, ad iniziare dal 2010, ha assunto l’incarico di Maestro concertatore della Notte della Taranta a Melpignano. È vero che c’è l’idea di pubblicare qualcosa di queste esperienze?

Ludovico Einaudi, La notte della Taranta, MelpignanoHo già pubblicato un album dell’edizione del 2010 mentre per quanto riguarda l’edizione 2011 abbiamo registrato vari concerti, molti dei quali anche fuori Melpignano e in giro per l’Italia, proprio con l’idea di pubblicare qualcosa che documenti il repertorio presentato in quell’edizione.
Dovrebbe uscire nel 2014 ma attualmente il tutto è ancora in fase di lavorazione, anche perché con gli impegni di prove e concerti dei prossimi mesi non ho il tempo necessario per effettuare con calma l’ascolto, la selezione e il missaggio del materiale.

La resa dal vivo del repertorio di “In a Time Lapse” ha nel frattempo subito delle modifiche e delle variazioni nella sua originale architettura organizzativa e sonora oppure è rimasta pressoché fedele alla sua concezione in studio e al modo in cui è stata finora espressa in tour?

Ludovico Einaudi, In a Time Lapse, orchestraNo, ho cambiato tanto e sto cambiando ancora, nel senso che abbiamo già effettuato per questo tour un centinaio di concerti in cui avevo sul palco una formazione di undici elementi.
Quindi già rispetto all’orchestra utilizzata per la registrazione in studio, il suono ne è uscito modificato.
Da oggi invece inizio le prove con una formazione ancor più ridotta, sette musicisti me incluso.

Dunque il concerto all’Anfiteatro Romano di Avella il 15 settembre prossimo, incluso nel programma 2013 del Pomigliano Jazz Festival, sarà anche il debutto ufficiale di questo nuovo format…

Itinerari turistici in Campania - Pomigliano Jazz 2013Esatto. Non posso ancora sbilanciarmi sulla sostanza e sui risultati in termini di suono.
Come ho detto prima siamo in procinto d’iniziare oggi e proveremo per tutta la settimana.
Sicuramente cercherò di ottenere un suono più asciutto rispetto all’utilizzo di tanti archi e non nascondo una certa eccitazione nell’intraprendere questo esperimento e questa revisione su spartiti pensati inizialmente per un’intera orchestra.
Penso che la musica ne guadagnerà in agilità e che comunque ogni nuova rotta sia importante da seguire anche per tener desta e viva l’emozione di noi che di questa musica siamo esecutori ed interpreti.

Anni addietro, per la precisione nel 1997 in quel di Firenze, presentò dal vivo l’opera “Selim”. Con quel titolo anagrammato che stava per “Miles” ha voluto rendere omaggio alla figura e all’arte del rivoluzionario trombettista. Quali sono stati i suoi interessi per il “jazz” e come hanno influito sulla sua concezione musicale?

Miles Davis - Cover TutuMah, diciamo che sono amante di alcune cose e più che mai ho sempre ammirato e trovato interessante Miles Davis.
In primo luogo per i suoi continui cambi di rotta e di suono.
Secondariamente mi ha sempre affascinato la sua idea di suonare e usare un numero estremamente esiguo di note, la sua estetica minimale che valorizzava elementi quali spazio e silenzio.
Certo, è stato per me una fonte importante d’ispirazione, come penso per molti altri. Ma in particolar modo mi ha sempre attratto quel senso di coraggio e di sfida insito nella sua intera opera, un continuo divenire e mutare restando coerente con il più genuino spirito dell’arte, andare lì dove prima altri non avevano mai messo piede, utilizzare i propri musicisti e collaboratori per le loro qualità e doti, prescindendo dal fatto che ci fosse anche l’amicizia o un rapporto disteso fuori del recinto della musica.
Per non dire, infine, dell’aspetto squisitamente musicale che l’ha condotto a sovvertire le regole del jazz, facendo a meno dell’impostazione tema-assolo-tema-assolo e inventando delle tessiture e dei flussi musicali molto lirici e affascinanti.

È noto che ama ascoltare e curiosare tra generi e artisti musicali anche molto diversi. A di là dei nomi che ha sempre dichiarato di amare e apprezzare o che ha citato tra le proprie iniziali influenze, cosa l’ha colpita tra le cose che le è capitato di ascoltare di recente, sia dal vivo sia discograficamente?

Ludovico Einaudi all'iTunes festivalUltimamente ho assistito a una parte di un concerto dal vivo dei Sigur Rós a Londra, in occasione dell’Itunes Festival, e mi sono molto piaciuti.
Loro hanno una capacità di creare delle atmosfere particolarmente originali, surreali e intriganti, che anche dal vivo non perdono d’efficacia.
Di discografico non saprei dire, forse anche perché non sento in giro nulla di veramente rilevante o in grado di stagliarsi al di sopra della massa e di imprimersi nella memoria.

Intervista a cura di Olindo Fortino – Sound Contest
LUDOVICO EINAUDI “In a Time Lapse”
domenica 15 settembre 2013, ore 20:30
Anfiteatro Romano di Avella (AV)
platea 30 euro, gradinata 20 euro

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