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JEFF BALLARD: DUE BACCHETTE E MILLE IMPEGNI

Intervista Jeff Ballard

JEFF BALLARD è un grandissimo musicista, ma anche e soprattutto uno splendido comunicatore. Le interviste con lui diventano viaggi con tappe e fermate  inaspettate. Gli chiedi poco e ti racconta molto. In questa chiacchierata che anticipa l’esibizione del JEFF BALLARD TRIO al Palazzo Caravita di Sirignano, venerdì 9 settembre, in programma nella XXI edizione del Pomigliano Jazz in Campania, il batterista e compositore d’origine californiana svela interessi e aneddoti, parla dei suoi progetti, fornisce dettagli sul concerto che lo vedrà protagonista e ci racconta cosa bolle in pentola.

 

Jeff, ti andrebbe di riepilogare e ricordare le tue prime esperienze d’inizio carriera?

Certo. Principalmente ho avuto la grande fortuna di conoscere un pianista eccezionalmente dotato chiamato Smith Dobson. Suonava e cantava in modo meraviglioso, un po’ come Donny Hathaway e Micheal McDonald. Nell’ultima decade della sua vita era solito lavorare con Bobby Hutcherson. Purtroppo ora non è più tra noi. Smith mi prese sotto le sue ali quando avevo sedici o diciassette anni. Aveva un ingaggio fisso in locale, un ristorante anche sede di gioco d’azzardo, chiamato Garden City, a San Jose in California, dove si suonava jazz dal vivo per tutta la settimana. Molti “calibri pesanti” erano soliti venirci per suonare di domenica, dopo che avevano lavorato altrove a San Francisco nel fine settimana; Freddie Hubbard, Eddie Harris, McCoy Tyner e tanti altri. La mia buona sorte giunse quando Smith mi chiese se volevo andare con lui al club e unirmi alla sua band. Per me divenne un appuntamento fisso tutti i giovedì sera. Insieme facevamo avanti e indietro con il mio piccolo furgoncino, casa e club, anche perché lui abitava non lontano da dove stavo io. Questa situazione era ottima per entrambi. Lui non doveva guidare mentre per me, a parte il fatto di poter suonare, quei quarantacinque minuti che occorrevano per arrivare al club diventavano l’occasione per grandi lezioni d’apprendimento. Per strada ascoltavamo musica registrata su cassetta: Miles Davis, John Coltrane, Blood Sweat And Tears, Ornette Coleman, George Benson, Tower Of Power, Herbie Hancock e comunque discutevamo sempre di musica. Talvolta, sulla via di ritorno verso casa dopo l’esibizione serale, mi dava diversi consigli sul modo di suonare, non molto spesso comunque. Infatti era raro che mi dicesse direttamente come avrei dovuto suonare. Preferiva dirmi cose come “stanotte durante il tuo assolo non sono riuscito a captare il motivo melodico” oppure qualcos’altro che in modo indiretto riguardava il “come” suonare, l’approccio o il “perché” del suonare. Per esempio non avrebbe mai detto “ciò che dovresti suonare, Jeff, è questo o quest’altro”. Quello che avrei dovuto suonare avrei dovuto immaginarmelo per conto mio. A mio avviso, quello è il miglior modo per insegnare questo tipo di musica, perché uno deve costruire da solo le sue relazioni con la musica, diventando via via capace di suonarla con franchezza e discernimento. Sono stato fortunato nell’aver avuto un così grande maestro e un amico così pieno di passione la musica. Mi manca davvero molto e sento ancora grande nostalgia di quei fantastici viaggi in macchina.

 

Quali sono ora e quali sono state, in passato, le tue principali influenze come musicista e batterista?

Le mie influenze più grandi sono tutte connesse a ciò che ruota e avviene intorno alla mia vita oggi. Ciò vuol dire mio figlio, la mia famiglia e tutti gli amici con cui sto suonando adesso e negli ultimi tempi. Per farti una breve lista “spontanea e immediata” dei musicisti con cui sto suonando adesso – riferendomi sia ai loro spiriti personali sia alla loro musica – posso dirti: Mark Turner, Brad Mehldau, Larry Grenadier, Lionel Loueke, Guillermo Klein, Logan Richardson e Reid Anderson. Naturalmente c’è un mucchio di altra gente con cui sto suonando o con cui mi è capitato di lavorare che potrebbe stare in questa lista, ma non credo ci sia adesso tempo o spazio per approfondirla. Poi di certo le cose che mi influenzano o m’ispirano non sono solo legate al mondo della musica. Per esempio ultimamente sto leggendo Jean Dubuffet e sono assai colpito e ispirato dalla sua integrità e intelligenza. Parla dell’arte e dell’espressione artistica con una serietà assolutamente limpida e manifesta. In modo più preciso mi rammenta la reale grandezza e singolarità dell’Arte. Per quanto riguarda il passato desideravo suonare bene come erano capaci di farlo Jack Dejohnette, Tony Williams, Billy Hart, Donald Bailey, Art Blakey e Milford Graves oppure tanti altri. Ma nello stesso tempo sognavo di suonare come (Alberto) Giacometti o Picasso dipingevano. Oppure così come Ferdinand Celine scriveva: in modo ellittico. Oppure alla maniera di William S. Burroughs: usando la tecnica del cut-up. Desideravo suonare come il poeta mistico persiano Rumi sentiva e produceva i suoi magnifici versi. La lettura di Dubuffet mi ha reso consapevole di quanto sia importante, dal punto di vista dell’ispirazione, il “significato”; quanto l’Arte rappresenti e sia, per ogni vero artista, una questione “intima”. Ricordo di aver sognato di poter suonare con Joe Henderson, John Coltrane e Ornette Coleman. Tuttavia ricordo che era importante non tanto il contenuto musicale, suonare come sapevano fare loro, quanto piuttosto il senso d’emozione che provavo facendo quei sogni. C’era in me un grande senso di gioia nel poter sentire o intendere cos’era realmente la musica e la rendeva unica.

 

Potresti descrivere in dettaglio le sostanziali differenze che intercorrono tra il Fly Trio e l’altro tuo trio insieme a Lionel Louke e Miguel Zenon? Inoltre ti andrebbe di commentare le qualità e i ruoli specifici dei tuoi partner in entrambi i progetti?

Credo che la principale differenza tra i due gruppi sia questa: rispetto al trio con Lionel Louke e Miguel Zenon, la musica e il suono del Fly trio attinge, armonicamente, assai più dall’eredità del jazz tradizionale. Dire ciò non significa negare che Lionel e Miguel siano bene addentro alla tradizione jazz, perché infatti lo sono, eccome. Un’altra evidente differenza tra i due è il tipo di strutture e frasi ritmiche prominenti. Suonando con Lionel e Miguel c’è una sofisticatezza ritmica più accentuata che discende direttamente dalla tradizione africana, in altre parole, una maggior quantità di strati e piani ritmici che interagiscono insieme. Invece con Mark Turner e Larry Grenadier i ritmi sono altrettanto ricchi, intensi e sofisticati, ma derivano meno dalla sensibilità tipica africana e più da una tutta occidentale, che si manifesta attraverso modi più lineari. Si potrebbe anche dire che con Miguel e Lionel vi sono motivi melodici “ritmicamente” più carichi mentre con Mark e Larry motivi melodici “armonicamente” più carichi. Ultima differenza: nel Fly Trio siamo tutti co-leader mentre il Jeff Ballard Trio è un faccenda più personale sebbene vi siano ruoli paritetici per quanto riguarda la composizione.

 

Che sensazione si prova a suonare e stare nell’acclamato trio di Brad Mehldau?

Quella di stare in paradiso. La mia mente, il mio cuore e tutto il corpo sono sospinti nei posti più alti. Non riesco ad averne mai abbastanza. Più suoniamo insieme è più sono felice.

 

Quale materiale e repertorio proporrai con il tuo trio al Pomigliano Jazz in Campania 2016?

Il trio in arrivo al festival di Pomigliano includerà, come al solito, Lionel Louke, ma questa volta suonerà con noi il grande sassofonista Chris Cheek. Chris suona il tenore, ma è anche solito impiegare effetti elettronici e mescolarli in modo egregio al suono acustico del gruppo. Infatti questo aspetto rappresenta adesso la maggiore svolta estetica del sound del trio. Tutti quanti ci porteremo attrezzatura elettronica da poter suonare. La tavolozza sonora muterà in meglio. Questo mi eccita tantissimo. Si continuerà a percepire ancora molto “groove” e tanta energia ma il sapore della musica sarà più ricco e diverso. Tutti e tre abbiamo già suonato per molto tempo insieme, perciò non riteniamo il gruppo come qualcosa di nuovo. Ho suonato con Chris per venticinque anni e con Lionel per quindici, perciò abbiamo già messo su qualcosa di molto simile a un vero e proprio repertorio. Per darti meglio un’idea: suoneremo musica originale di mia composizione e anche qualcosa scritto da Lionel. Inoltre suoneremo qualcosa di spontaneo e istantaneo durante lo spettacolo. Potrebbe venire fuori qualcosa di Monk o di Chick Webb, una bella ballad di Horace Silver intitolata “Sweet Stuff”, del rock e del blues, come una cover di Johnny Winter e un’altra dei Queens Of The Stone Age. Questo trio è una formidabile “festival band” ed è sempre molto divertente ascoltarlo, ma dato che quello del Pomigliano Jazz sarà il primo concerto di un tour con questa line-up credo che saremo soprattutto noi a divertirci.

 

Conosci la scena musicale italiana e ti già capitato d’esibirti da queste parti oppure a Napoli?

Sono molto felice di poter dire d’essere amico di Enrico Rava, Stefano Bollani, Stefano Di Battista, Giovanni Guidi, Gianluca Petrella. Poi di tutti i ragazzi che fanno parte dei Funk Off, che infatti hanno suonato al mio matrimonio! Conosco bene Salvatore Bonafede, Giovanni Falzone, Zeno De Rossi e Roberto Gatto. Però vado assolutamente pazzo per Vinicio Capossela e amo Pino Daniele, soprattutto quello delle prime incisioni. E comunque sì, ho già suonato a Napoli e dintorni diverse volte nel corso degli anni.

 

Per finire, Jeff, quali progetti, registrazioni e join-venture ti attendono nell’immediato futuro?

Sono molto eccitato per un paio di miei progetti che stanno per vedere la luce. Tra poco ci saranno infatti le sessioni di registrazione con questo trio (io, Louke e Cheek) insieme alla NDR Big Band di Amburgo. Guillermo Klein si è occupato di scrivere gli arrangiamenti per questa collaborazione. Ci sarà molto materiale scritto da me mescolato ad altri motivi. Infatti alcuni brani che suoneremo nel nostro concerto al festival di Pomigliano saranno tra quelli inclusi in questa registrazione. Con Guillermo vado sul sicuro, è un musicista straordinario. Non vedo l’ora di ascoltare come sarà il risultato finale: venticinque elementi di una big band con noi tre piantati in mezzo. Un altro progetto che mi vedrà impegnato è la registrazione di un altro mio gruppo chiamato Jeff Ballard Fairgrounds. Oltre a me ne fanno parte Lionel Louke (chitarra e voce), Kevin Hays (piano, tastiere e voce), Reid Anderson (elettronica) e Pete Rende (piano e tastiere). Il progetto ha preso il via con un tour dove la band suonava all’80% “open material”, ossia solo poche composizioni in forma-canzone e la restante gran parte eseguita all’impronta, senza preconcetti o pianificazioni. Devo dire che è stata un’esperienza molto produttiva e gratificante. Tutti concerti del tour sono stati registrati con apparecchiatura ad altissima fedeltà. Ora abbiamo a disposizione 35 ore di musica registrata in modo pressoché perfetto. Ho trascorso la maggior parte della fine dello scorso anno e di questo fino ad adesso cercando d’immaginare che tipo di primo album voglio pubblicare. Dico primo album perché la verità è che davvero non so quanti album e dischi ci possono uscire da tutto questo materiale. Sicuramente ce ne saranno altri in avvenire. Però questo primo che voglio far uscire sarà pubblicato dalla Okeh, così com’era avvenuto per “Time’s Tale”, il primo disco del Jeff Ballard Trio. Il nuovo disco dovrebbe essere sul mercato nella primavera del 2017, però ancora non ho deciso il titolo. Poi c’è un’ultima cosa che potrebbe interessare voi italiani. Parteciperò al prossimo programma televisivo di Stefano Bollani! Sono davvero eccitato. Ho avuto modo di vedere i suoi precedenti spettacoli e li ho trovati fantastici. Non posso dirti di più ma ti posso assicurare che sarà grandioso. Farò parte della “house band” del programma e non vedo l’ora d’iniziare. Grazie mille a tutti. Ci vediamo a Pomigliano!

 

Intervista e traduzione a cura di Olindo Fortino – Sound Contest Music Magazine

 

Jeff Ballard Trio
Venerdì 9 settembre, ore 20
Palazzo Caravita, Sirignano (AV)
Ingresso gratuito

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