Pasquale Bardaro. Lontano dai manierismi.
JAZZIT intervista Pasquale Bardaro in occasione dell’uscita di Move On.
Perché hai utilizzato l’espressione “Move On” come titolo?
Sono tre i significati: il primo nasce dalla sensazione ricevuta quando ho riascoltato il disco ormai registrato, credo che questo titolo ne descriva bene le proprietà ritmiche; il secondo deriva dalla mia situazione personale perché la mia famiglia vive a Bolzano, io lavoro a Napoli come percussionista del Teatro di San Carlo e in più ho anche una casa a Roma per mantenere i contatti con la scena musicale capitolina.
Secondo quale criterio hai selezionato i musicisti?
Sono molto legato alla scena pugliese e la line-up di questo progetto è quasi la stessa del mio primo disco e della formazione Urban Society. Oltre all’intesa musicale in senso stretto, si condividono anche le stesse sensazioni, idee e stimoli rispetto agli stili e alla concezione dell’avanguardia.
L’album sembra concentrarsi contemporaneamente sia sull’aspetto ritmico, ricorrendo ad esempio all’uso di tempi differenti, sia sull’aspetto timbrico, penso alla scelta degli strumenti: tu suoni vibrafono, pianoforte e Rhodes.
Il pianoforte è uno strumento che adoro ed è complementare, insieme alla batteria, al vibrafono. A dire il vero, ho deciso di suonarlo nel brano Distance solo dopo essere arrivato in sala d’incisione, non l’avevo programmato prima. M’interessa approfondire lo studio pianistico, e da un anno studio anche la tromba per perfezionare un percorso di ricerca di stimoli per andare “oltre” e trascendere i manierismi dello strumento. Del resto il vibrafonista che mi ha ispirato di più da un punto di vista tecnico è paradossalmente un pianista, vale a dire Thelonious Monk. Per quanto riguarda l’aspetto ritmico non credo sia forzato, ai tempi della mia formazione ho studiato a lungo in conservatorio tutte le poliritmie, sono tempi che mi appartengono ormai in modo naturale.
Il brano Amami Alfredo tratto dalla Traviata è un omaggio a Giuseppe Verdi.
Già nel mio primo disco (“The Last News”, Emarcy 2008, ndr) avevo inserito un brano di Jules Massenet (Meditation, ndr) perché mi sento rappresentato dall’opera. Essendo originario di Camerota, un paese del Sud in provincia di Salerno, ho avuto come colonna sonora musicale della mia infanzia la banda che eseguiva anche molta musica lirica, scegliendo le arie più famose. Così la lirica è diventata per me un mondo sonoro naturale come il jazz. Questo inoltre mi ha portato al progetto in duo con Stefano Battaglia, nel quale rileggiamo esclusivamente arie d’opera.
Quale aspetto ti rende più soddisfatto di “Move On”?
Sono molto contento per la ritmica, credo che Giorgio [Vendola] sia uno dei migliori contrabbassisti che abbiamo in Italia. Mi soddisfa anche l’interazione tra i due sax, che sono diversi ma in equilibrio. Sono anche felice per essere riuscito a realizzare una musica in omaggio a tre grandi del jazz che amo di più, ossia Carla Bley, Ornette Coleman e Ralph Towner.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho in programma un duo con Enrico Pieranunzi al pianoforte e un duo con Pietro Vitale alla batteria, dedicato alla musica di Thelonious Monk, “Monknow”.
Intervista di Eugenio Mirti
JAZZIT maggio/giugno 2011
Vai alla presentazione di “Move On” su itineramusica.it.


