EIVIND AARSET: SOGNI LOGICI PER PAESAGGI IMMAGINARI
Densa e illuminante conversazione via email con EIVIND AARSET, il visionario chitarrista e compositore norvegese che sulla scorta di prestigiose collaborazioni e originali produzioni personali ha trovato la via di un discorso tecnico e musicale di estrema acutezza sperimentale. Assolutamente da non perdere il concerto al tramonto del 6 settembre, che nella surreale atmosfera dei Conetti Vulcanici del Carcavone di Pollena Trocchia lo vedrà protagonista alla testa del suo validissimo quartetto nella XX edizione del Pomigliano Jazz in Campania.
Eivind, hai sempre citato Jimi Hendrix, Black Sabbath e Santana come tue principali influenze d’inizio carriera. Che mi dici invece di Terje Rypdal e Miles Davis?
Certo! Sei assolutamente nel giusto. Penso che Hendrix, i Sabbath e Santana siano stati modelli e ascolti fondamentali quando ho iniziato a suonare la chitarra. Sono però maturato e migliorato veramente solo quando sono venuto a contatto con i lavori di Terje Rypdal e Miles Davis. Oltre alle sue fantastiche composizioni, all’impostazione di un tono e di un fraseggio meravigliosi, Terje (insieme a Garbarek, Jon Christensen e Arild Andersen) è stato un esempio basilare per le nuove generazioni di musicisti norvegesi, soprattutto perché ha dimostrato che si potevano ottenere riconoscimenti internazionali mantenendo intatte la propria voce e le proprie idee. Ci ha fatto comprendere che per fare buona musica non è sempre necessario imitare gli inglesi o gli americani. Però Miles ed Hendrix restano per me una costante fonte d’ispirazione, ancora oggi continuo spesso ad ascoltare i loro dischi.
Come ci si sente ad essere l’elemento chiave, se non quello di riferimento creativo, nei dischi e nei progetti di altri grandi artisti?
Lo sento come un privilegio. Non sarei nessuno se non avessi appreso tante cose lavorando al fianco di tali artisti. Sono sempre interessato a capire i processi e i meccanismi che stimolano la creazione di buona musica. Indagare cosa fa funzionare un pezzo e una band e quale tipo di cose blocca o danneggia tali processi. Tuttavia in questo momento penso di dover rallentare e dare maggiori attenzioni alla mia musica e al mio materiale.
Hai avuto modo di ascoltare “Only Sky”, l’ultimissimo album di David Torn su ECM? Che ne pensi di lui?
Sì, l’ho sentito e lo adoro. Sono sempre stato un grande fan di David Torn, sin da quando acquistai un suo disco inciso con gli Everyman negli anni ’80. È un’altra grande influenza che riecheggia nel mio modo d’intendere ed esplorare il suono della chitarra.
Però anche Jon Hassell e Brian Eno hanno esercitato un grande fascino sul tuo sound…
Assolutamente! Jon Hassell è uno straordinario musicista e compositore, un vero “concettualista” se così vogliamo dire. Ha brevettato un modo totalmente nuovo e differente di suonare e comporre, processi, scelte e strategie che mi hanno sempre molto attratto. Ho avuto il piacere di lavorare con lui un po’ di tempo addietro, è stato di nuovo un grande privilegio, però devo ammettere che dividere il palco con lui mi ha anche un poco intimidito. È un artista così intenso e profondo, le sue frasi musicali cadono di continuo sempre al momento giusto. Per ciò che faccio oggi rappresenta una delle più affidabili e importanti fonti d’ispirazione. E poi Brian Eno! Che dire! È stato l’uomo coinvolto in molti dei dischi che ho amato e che mi hanno indicato la strada. Ad esempio: i Talking Heads di “Remain In Light”, “My Life In The Bush Of Ghosts” di Eno e David Byrne, “Possible Music” di Hassell e Eno, “Hybrid” di Michael Brooks e “Nerve Net” dello stesso Eno.
Quali chitarre e amplificatori sei solito impiegare di più?
Suono una vecchia “Braahten” Strat norvegese prodotta e costruita a mano. Jan Braahten, il designer e artigiano di questa chitarra, ha persino costruito da solo l’intera cassa armonica, il solid body, e la parte meccanica. Per lui rappresentava una specie di chitarra sperimentale, perciò molte parti che sono servite ad assemblarla sono dei prototipi. Per quanto riguarda gli amplificatori preferisco un Vintage Vox AC 30 TB. Ho finalmente trovato un modello del ’62 e ciò mi ha reso molto felice. Uso anche un vecchio Fender Princeton quando desidero ottenere la qualità Fender nel mio sound.
E invece a quali tipi di dispositivi ed effetti a pedale preferisci ricorrere?
Sempre molta roba. I cambi sono frequenti ma il pedale Boss DD5 è sempre con me. Attualmente sto usando pedali compressori, tremolo e vibrato della JAM, un Overdrive e un secondo compressore della Boss, poi un distorsore Ratt, un pedale Fuzz della Zwex, due H9 di marca Eventide che mi consentono effetti di ritardi, modulazioni e manipolazioni del pitch, un Mini wah della Dunlop, un processore di segnale Bitrman della Alesis, e un volume a pedale della Morley.
Conosci i chitarristi “ambient” sperimentali Erik Wøllo e Dirk Serries e le loro rispettive produzioni?
Erik Wøllo lo conosco benissimo. Molti anni fa mi diede una mano quando decisi d’iscrivermi all’università, suonando con me all’esame test di ammissione. Poi si è trasferito a Oslo e ci siamo persi di vista. A dire il vero non ho più seguito e ascoltato le sue produzioni. Però lo farò, grazie per avermelo ricordato! Non conosco Dirk Serries, se l’hai citato dev’essere uno in gamba. Cercherò di ascoltare qualcosa e mi metterò sulle sue tracce.
“Dream Logic” sarebbe dovuto essere il tuo primo “solo” album, poi è diventato una collaborazione in coppia con Jan Bang. Puoi spiegarmi com’è successo? Da dove viene la scelta del titolo?
Beh, Jan e io avevamo spesso parlato di mettere su un progetto insieme e quando questa opportunità si è presentata mi è sembrato piuttosto naturale seguire quella strada. Non me ne sono affatto pentito. Penso che abbiamo fatto davvero un bel disco e che durante il processo di registrazione il mio modo di suonare e la mia concezione estetica si siano evoluti e ne abbiano tratto dei vantaggi. “Dream Logic” era un’espressione che avevo letto e trovato dentro un libro di David Lynch. Mi è sembrata perfetta per il titolo del disco, volevo che la musica fosse creata e composta proprio seguendo quella suggestione e quel significato. Capisci? Avere delle strutture musicali non-logiche ma intuitive e bizzarre, come quando in un sogno una situazione cambia improvvisamente verso e ambiente senza che te lo spieghi. Come se tu andassi nel tuo salotto e vi trovassi la spiaggia e il mare. Cose di questo tipo che nei sogni normalmente accettiamo come ovvie e naturali.
Come sono state composte e create le tracce di “Dream Logic”? In che modo Jan Bang ha dato il suo contributo?
Due tracce, ” Close For Comfort” e “Homage To Green”, sono state registrate da me nel mio studio casalingo con pochi input di Jan aggiunti più tardi successivamente. Tutte le altre sono state progettate e create nello studio di Jan partendo da un’idea base sonora, improvvisandoci attorno, aggiungendo nuove parti di chitarra, togliendo poi via qualcosa. Tutto sempre in modo molto intuitivo ed istintivo. Qualche volta Jan trovava un campionamento oppure campionava parti che io suonavo, il suo ruolo speciale e fondamentale era quello di dare suggerimenti e ottime idee.
Che repertorio suonerai con il quartetto nel concerto che terrai al Pomigliano Jazz? Eseguirete dei brani da “Dream Logic” insieme a qualcosa di nuovo?
Sì, suoneremo del materiale tratto da “Dream Logic” tradotto nell’organico più ampio della band. Ne faremo delle versioni che secondo me funzionano molto bene e che oltretutto sono servite a espandere il vocabolario del gruppo e a renderlo ancora più originale. Suoneremo e presenteremo inoltre delle nuove composizioni che faranno parte di “I. E.”, un nuovo disco che sarà pubblicato in Europa il prossimo ottobre.
Hai mai pensato d’incidere e pubblicare un album insieme a tua moglie, la cantante Anne-Marie Giørtz?
In realtà è già successo. Ne abbiamo fatto uno, tre o quattro anni fa, intitolato “Paa egne vegne” intestato a suo nome. Però ce ne sarà un altro nuovo in arrivo, a mio modesto avviso anche molto bello, che sarà pubblicato all’inizio del prossimo anno.
Che mi dici della tua lunga collaborazione con Nils Petter Molvær? Siete rimasti in contatto e ci sarà l’occasione di ascoltarvi e sentirvi nuovamente insieme?
Sono sempre molto in contatto con Nils. Tanto per dirne una, quest’estate abbiamo fatto un tour insieme alle leggende del reggae Sly & Robbie e al musicista elettronico finlandese Vladislav Delay. Ci sono delle serie possibilità di realizzare un disco con questo progetto.
Mi spieghi a cosa è dovuta l’esigenza di avere due batteristi nel quartetto? Inoltre, sei in procinto di registrare e pubblicare qualche altro disco con questa formazione?
Il motivo iniziale era dovuto al desiderio di sbarazzarmi dei loop elettronici e di tutte quelle altre cose, soprattutto digitali, che secondo me rallentavano certe dinamiche sul palco. Non riuscivo mai a suonare morbido e delicato come volevo e se i volumi si alzavano e diventano più intensi non potevo udire bene gli effetti dei loop attraverso i monitor. Oltre a risolvere questo tipo di problemi desideravo conservare la ricchezza, sia dinamica che organica, della batteria e delle percussioni senza dover ricorrere troppo al computer e alla mia console elettronica. Come effetto complessivo la scelta di due batteristi funziona assai meglio. Wetle Holte e Erland Dahlen si trovano e intendono benissimo. Sono molto intuitivi e arrangiano il ritmo in un modo sciolto e ampio che amo davvero tanto. Oltre a ciò sanno anche suonare altri strumenti melodici e contribuiscono così a espandere le possibilità espressive del gruppo.
Insieme abbiamo appena registrato “I. E.”, il disco di cui ti avevo parlato prima. Penso che sia davvero fantastico. Vede la band suonare in modo dilatato, ci sono lunqhe composizioni che vanno in ogni direzione. Non ho editato i pezzi né vi ho aggiunto dei loop ma ho speso molte energie nell’orchestrare differenti strati e parti di chitarre. Oltre ai membri del gruppo, vale a dire me, Wetle Holte, Erland Dahlen e Audun Erlien, all’album ha contribuito anche Jan Bang aggiungendo in molte tracce dei campionamenti prodotti e suonati in tempo reale. Un ensemble di fiati norvegese ha partecipato alla realizzazione di due brani mentre Lorenzo Esposito Fornaseri canta in un’altro. Al disco ha collaborato anche Michele Rabbia con dei campionamenti infilati in diverse tracce qua e là e infine Jan Galaga Brönnimann ha suonato il clarinetto contrabbasso in un altro paio di composizioni
Improvvisazione e “paesaggi sonori”. Come li abbini nel tuo modo di suonare?
Non trovo che improvvisazione e “soundscapes” siano due cose diverse. Infatti io improvviso sempre dei soundscapes! Il suono e la sensazione o l’immaginazione che può suscitare quel suono sono sempre incorporati nel mio modo di concepire l’improvvisazione.
Hai mai pensato all’idea di fare un progetto insieme al sassofonista Hakon Kornstad?
Beh, abbiamo suonato qualche volta insieme ma non ci siamo mai trovati a parlare di questo. Tuttavia Kornstad è un musicista che ammiro davvero, un performer unico dotato di una personale concezione della musica.
Secondo te chi sono i chitarristi, nuovi e vecchi, più interessanti adesso in circolazione?
Ce ne sono parecchi! Mi piace molto Stian Westerhus. L’ho ascoltato sia da solo che qualche volta in duo con Sidsel Endresen e il suono e il controllo delle trame che produce sono veramente eccezionali. Christian Fennesz è altrettanto stupefacente e fantastico. È forse l’unico di pochi ad aver dato un intero nuovo vocabolario alla chitarra in tanti anni. Even Hermansen, che suona nei Bushmans Revenge, ha un approccio più trazionale ma nel registro rock è un incredibile improvvisatore dotato di uno spaventoso senso del beat. Se non erro attualmente fa anche parte dei Jaga Jazzist. David Kollar è un chitarrista sloveno imbarcato in un viaggio molto avventuroso con due diversi progetti: i KoMaRa e i Blessed Beat. Poi ci sono quei chitarristi che ancora non sono riuscito a vedere e ascoltare dal vivo, ma i cui dischi hanno lasciato su di me una forte impressione. Ben Frost … brutale e ispirato, Markus Popp degli Oval … strano e supergradevole e ultimo ma non meno importante Oren Ambarchi, di cui adoro ogni cosa. Infine, sicuramente non nuovo ma ancora valido e fantastico, c’è Nels Cline, uno che sente la musica in modo sempre diverso e coraggioso.
Quali dischi e musicisti stai più ascoltando di recente?
Sento sempre tanta musica. Ultimamente mi sono fissato per il duo The Acid e il loro disco “Liminal” pubblicato lo scorso anno, una bella produzione. Ascolto spesso “Only Sky” di David Torn, “Aurora” di Ben Frost, “Pangea” e “Dreams Of Freedom” ossia i remix di Bill Laswell effettuati sui materiali di Miles Davis e Bob Marley e anche “Vernal Equinox”, vecchio album di Jon Hassell inciso nei tardi anni ’70 durante la sua fase pre-armonica.
Domanda finale: dove e con chi potremo presto ascoltare la tua chitarra?
Prima di tutto nel mio nuovo disco “I. E.” a cui seguirà un tour. Poi nell’album inciso con mia moglie. In seguito ci sarà un doppio CD, in uscita il prossimo anno su ECM, che mi vede insieme ad Arve Henriksen, Tigran Hamasyan e Jan Bang. Si tratta principalmente di musica improvvisata con un paio di pezzi armeni aggiunti al programma. Sempre su ECM ci sarà un nuovo album in duo con Michele Rabbia e uno del contrabbassista francese Michel Benita a cui ho collaborato. Infine ci sarebbe in cantiere il disco del progetto assieme a Sly & Robbie e Nils Petter Molvaer, che ha girato in tour quest’estate e di cui ti ho già informato (però se accadrà sicuramente non uscirà prima del 2017), oltre a un progetto multimediale pianificato insieme a Lorenzo Esposito Fornaseri.
Intervista a cura di Olindo Fortino – Sound Contest – Musica e altri linguaggi


