Rita Marcotulli: musica per gli occhi…
Guide di Sound Contest: Diego Librando intervista Rita Marcotulli, stasera al Festival 2011 con Rocco Papaleo e Luciano Biondini per il progetto “Basilicata is on my mind”.
La tua musica “visiva” ed evocativa ti ha portato spesso a incontrare il cinema, da sempre tuo grande amore. Tant’e’ che da molti anni porti il giro un progetto sul cinema di Truffaut. “The Woman next door – Omaggio a Truffaut” prende il titolo da un lavoro discografico del 1998, ristampato l’anno scorso. Come fa uno spettacolo a rimanere attuale dopo tanti anni?
“The Woman next Door” e’ stato il primo disco che ho inciso nel ’98 per la Label Bleu e nasce dall’amore che porto per il cinema di Truffaut. “Il ragazzo selvaggio” è stato il primo che ho visto e ne rimasi tanto colpita da non resistere alla voglia di vederli tutti. Soprattutto la prima parte della sua produzione, quella con Antoine Doinel, personaggio “storico” dei suoi film. E’ stata una tale folgorazione vedere tutti i suoi film che mi è sembrato naturale questo omaggio. Alla fine e’ anche uno dei progetti a cui tengo di piu’, anche perche’ e’ stata la mia prima esperienza con il cinema. E’ un progetto che sento sempre attuale, certamente grazie a Truffaut e alla sua arte, ai temi trattati, sempre moderni. Come diceva Gil Evans “l’arte vive sempre del presente”. Forse e’ proprio questo che mi ha conquistato, la centralita’ di temi cari all’umanita’ intera: l’amore, l’infanzia, la sofferenza, la musica la poesia. Truffaut sa come far vibrare le corde dell’animo umano di cui si rivela gran conoscitore.
Alla prima edizione del disco hanno partecipato tra gli altri Enrico Rava, Javier Girotto, Stefano di Battista, Roberto Gatto. Poi è successo che la casa discografica che aveva pubblicato la prima edizione del disco e’ fallita, il disco uscendo dal catalogo e’ diventato introvabile, così come impossibile la ristampa dello stesso per via dei diritti. Ma le richieste sono sempre state tante. Ho approfittato, dunque, della collana di Repubblica e L’Espresso per registrare nuovamente l’intero disco, con alcuni dei musicisti che suonarono in quel disco e alcuni nuovi. Abbiamo registrato tutto dal vivo, senza sovraincisioni. Tutto il lavoro e’ sospeso in un aura sognante, carica di pathos, grazie anche all’intensita’ dei musicisti.
Salvo poi scoprire una settimana dopo che tutto il materiale che apparteneva alla Label Bleu era stato poi comprato da un’altra etichetta discografica con successiva ristampa del disco. E siamo così a tre edizioni.
Nel caso di “The Woman next door” il tuo intento fin dall”inizio e’ stato quello di evitare una “banale” sonorizzazione di un film o anche solo di una parte dell’opera di Truffaut. In questo sei stata “ascoltata” alla perfezione dalla regista Maria Teresa de Vito, che ha lavorato sulle immagini, sulle impressioni, si potrebbe dire. Sulle emozioni. Avete scelto insieme le scene piu’ significative o quelle che “musicalmente” sentivi di poter rendere meglio?
Non avrei mai pensato a una sonorizzazione di una delle sue opere e non solo per “delicatezza” nei confronti di Bernard Herrmann o Maurice Jaubert, quanto per la densità dei significati delle sue opere. Abbiamo ragionato sul senso delle sue opere, concettualizzandone molto i contenuti, cercando di ricondurre ad alcune immagini in senso del tutto. Alla fine musica e immagini sembrano l’una indispensabili alle altre, inscindibili. Abbiamo scelto le sequenze a piu’ alta intensita’ emotiva. Un esempio per tutti: la scena di “Baci Rubati” in cui Antoine Doinel ripete senza fine allo specchio “Antoine Doinel, Christine Darbon, Fabienne Tabard”, creando un ritmo intrinseco, che ho trasformato in una sorta di codice Morse.
Per legare meglio il tutto abbiamo provato ad alternare le immagini tratte dai film con le immagini e i particolari dei musicisti all’opera. Il risultato e’ stato un accrescimento in intensita’. Salta in primo piano il coinvolgimento dei musicisti e i gesti, i volti, la “fatica” e la concentrazione ipnotizzano gli spettatori.
La stessa ricerca di naturalezza e di emozioni ti ha portato a suonare e registrare in diretta la colonna sonora di “Basilicata Coast to Coast” piccolo gioiello e successo forse inaspettato della scorsa annata cinematografica. La tua musica ha dato una gran spinta al film e ti e’ valsa anche l’assegnazione del David di Donatello. Ci puoi parlare di tutta l’esperienza con Papaleo?
E’ stata un’esperienza bellissima, di vita innanzi tutto. Rocco e’ una persona straordinaria, musicista anche lui e i nostri gusti sono molto simili, per cui si e’ creata subito una grande sintonia e abbiamo lavorato in maniera molto rilassata. E’ stata una vera creazione in tempo reale, un viaggio parallelo a quello del film, nel quale non sono mai mancate delle gran mangiate qui a casa mia. Il tramite e’ stato mio marito Pasquale Minieri, dal cui lavoro Rocco era incuriosito, e cosi’ ha chiesto a lui e a me di lavorare alle musiche del film.
A ispirarti in questo caso e’ stata la natura. E la ricerca sui suoi suoni. Che poi e’ una costante nella tua musica, che passa per le tue esperienze “giovanili”? all’estero e che attraversa anche la musica dei Pink Floyd?
Da piccola, prima ancora del jazz, ascoltavo musica pop o rock. E i Pink Floyd mi hanno accompagnato per parecchio tempo. Loro sono stati tra i primi ad inserire suoni nuovi, elettronici, campionati nei dischi. Penso a “The Dark Side of the Moon”, ma non solo ovviamente. Ancora oggi non ascolto solo musica jazz, ma dalla classica alla brasiliana al pop tutto mi incuriosisce. Non solo, anche dal punto di vista dello strumento ho l’esigenza di cercare suoni nuovi o di rifarmi ai suoni di altri strumenti, cercare di riportarli sul pianoforte, che, pur essendo uno strumento completo, non ti permette, ad esempio, di suonare la nota lunga di uno strumento a fiato, per intenderci. E poi l’esperienza in Svezia, in Norvegia, dove ho vissuto per sei anni, certamente ha contribuito a indirizzare il mio gusto in una certa direzione.
…che mi sembra sia soprattutto quella della ricerca delle emozioni e di tutti quei progetti che stimolano la tua curiosita’. Da Truffaut a Papaleo, dai Pink Floyd alle pietre di Pinuccio Sciola. Il “jazz” ormai e’ solo un “pretesto”?
In effetti quando mi definiscono “pianista jazz” mi viene un po’ da ridere! Sebbene il jazz tradizionale mi abbia sempre accompagnato, come musicista non mi sento legata piu’ di tanto alla musica suonata in America in quegli anni. Non mi sento una “interprete”, perche’ quello si rischia di diventare. Su tutto c’e’ la curiosita’, che significa ricerca di stimoli, di linguaggi e di forme. Poi possiamo far coincidere il jazz con l’improvvisazione, allora nel jazz rientrano anche la musica indiana, africana, brasiliana. Se per jazz intendiamo invece il be bop o l’hard bop, allora mi sento molto lontana da tutto questo.
Mi sento certamente molto piu’ attratta da progetti come quello nato dall’incontro con Pinuccio Sciola e le sue pietre sonanti. Le sue pietre sono fantastiche anche solo esteticamente. Insieme a musicisti del calibro di Marilyn Mazur, Paolo Fresu, Andy Sheppard abbiamo suonato quelle piu’ piccole, dal vivo e senza campionamenti.
L’ultimo e bellissimo lavoro e’ il disco “Variazioni su Tema”. Tanto per cambiare ancora il cinema. E ancora i fidatissimi Javier Girotto e Luciano Biondini. Ci parli di questo disco e delle composizioni che vi sono contenute?
Tutto parte da un lavoro fatto per una serie dell’Espresso sui film muti. A me e’ stato chiesto di musicare “Nanà” di Jean Renoir, film del 1926. Il lavoro e’ stato lungo ed e’ costato molta fatica, sia a me che ai miei compagni Javier Girotto e Luciano Biondini. Il difficile, ma anche il bello, e’ stato dare una “voce” agli attori, gia’ tanto bravi ad esprimersi senza l’ausilio della parola. E ci siamo trovati tanto bene insieme che alla fine del lavoro su “Nanà” ci e’ venuta voglia di riprendere tutto il materiale e di rielaborarlo a mo’ di colonna sonora. Per cui ne e’ venuta fuori una sorta di suite, impreziosita dalle pennellate elettroniche di Pasquale Minieri. Abbiamo scelto un titolo come “Variazioni su Tema” perche’ ci sono 4 o 5 melodie che si rincorrono suonate in modo sempre diverso, come a voler seguire la struttura di un film. Il tema del titolo e’ quello dell’amore, trattato in tutte le sue forme, da quello cosmico a forme piu’ terrene e pregne di emozioni.
Con Girotto ci conosciamo, stimiamo e collaboriamo da tanti anni. Il rapporto con Biondini e’ piu’ recente, invece, nato proprio su suggerimento di Javier, da una mia esigenza di cercare sonorita’ nuove e stimolanti. E ora siamo un trio molto consolidato.
Sei stata insegnante di Composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia. Mi piacerebbe sapere come ti vedi come insegnante. Quanta liberta’ lasci ai tuoi allievi e quali limiti gli imponi?
Confesso che insegnare mi piace molto. Sono impegnata come docente in ambiti diversi, non solo in Conservatorio. E ho tenuto corsi di Pianoforte Jazz, di Musica d’Insieme, oltre che di Composizione. Innanzitutto insegnare jazz e’ una cosa difficile, complessa, senza regole scritte. Al centro vi e’ l’improvvisazione che e’ composizione istantanea. Chi improvvisa e’ anche compositore, gli ingredienti che usa sono gli stessi, dall’armonia allo sviluppo di una melodia, per esempio. Sebbene come dice qualcuno “l’improvvisazione non si improvvisa”, cerco di lasciare ai miei allievi massima liberta’ di espressione. Il mio obiettivo e’ fornire loro la chiave per sviluppare e costruire i loro materiali personali, senza ricorrere a “soluzioni gia’ pronte”? che possono costituire solo un esempio, uno spunto.
E’ importante trascrivere dai dischi per vedere anche con gli occhi certi suoni, e’ importante studiare “matematicamente” certe frasi, cosi’ come, secondo me, e’ fondamentale “cantare” le melodie. Guardare ai grandi e poi subito distaccarsene, cercando una propria strada, sforzandosi di essere se stessi. E poi puntare ad esprimere il proprio concetto musicale, la propria emozione con semplicita’, senza cascate di note inutili. Come mi diceva spesso il mio grandissimo amico Michel Petrucciani, un pittore puo’ esprimere un’emozione anche con un solo colore, non e’ necessario ricorrere a tutta la gamma o perlomeno questo non garantisce il risultato. Ma questa e’ una cosa che si acquisisce con la maturita’ e la sicurezza nei propri mezzi.
Nella tua musica vi sono “echi” del primo Novecento europeo, in cui si cercavano nuove soluzioni armoniche con un occhio rivolto alla nuova musica americana. Ma quali sono attualmente i musicisti che lasciano un segno sulla tua musica e non solo?
Indubbiamente, anche se non ho mai suonato musica classica, se non negli anni di studio, mi sento abbastanza “impressionista”. I colori di Raver o Debussy mi affascinano, cosi’ come quel tipo di armonie e di suoni, e pertanto e’ ovvio che le mia musica ne “risenta”. In generale cerco di tenere le orecchie piu’ aperte possibile, ascoltando senza fare distinzione di generi, dalla musica vocale a quella africana o indiana. I musicisti “ricercatori” che lavorano molto sul suono, innovatori come Peter Gabriel, per esempio, o come Bjork, la cui musica e’ ispirata dalla natura, sono quelli che piu’ mi intrigano. Ultimamente mi piace molto un musicista con il quale ho anche collaborato, il chitarrista francese ma di origini vietnamite Nguyen Le, vero rappresentante della cosiddetta world music, a cavallo di generi, spazio e tempo. Mi e’ piaciuto molto il suo ultimo disco in cui rifa’ in maniera davvero originale, con grande ricerca e sapienza, “classici” di Stevie Wonder, Bob Marley o dei Led Zeppelin.


