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OMAR SOSA: RITORNO ALLE ORIGINI

Il ritorno alle radici e le ultime avvincenti sfide musicali nelle parole del talentuoso pianista e compositore cubano.
Omar, com’è iniziata la tua avventura nella musica a Cuba?
A Cuba la musica è nel sangue delle persone. Io ho iniziato suonando le percussioni nella banda musicale della mia scuola prima di entrare nella scuola d’arte della mia città natale, Camaguey. Lì mi sono specializzato nello studio della percussione classica, dei timpani, del rullante, dello xilofono, delle marimbae e di altri strumenti a percussione. Poi dopo essermi diplomato a L’Avana dovetti fare il servizio militare, durante il quale creai con altri il gruppo Tributo, dedito a suonare un genere chiamato “trova”, una particolare commistione di musica e testi letterari poetici sull’impronta e lo stile di autori quali Pablo Milanés e il più tradizionalista Arsenio Rodríguez.

Quali sono state le tue passioni e influenze musicali d’inizio carriera e cosa o chi ti piace di più ascoltare invece oggi?
La filosofia e la musica di Thelonious Monk ha segnato un prima ed un dopo nel mio modo di ascoltare e percepire la musica. Con la musica di Frédéric Chopin e Erik Satie ho conosciuto, al contrario, una magia che non avevo mai sperimentato prima: tutto questo è successo tanti anni fa ma ricordo che ho passato un anno interno ascoltando solamente notturni, mazurche e polacche di Chopin. Ora ascolto ogni tipo di musica, soprattutto musica tradizionale proveniente dall’Africa e dall’Asia, in particolare quella coreana per la durata e la melodia. Sono inoltre molto amante della musica mongola e del canto gutturale xöömej originario di Tuva, in cui c’è sicuramente un parallelismo impressionante con il canto a tenore della Sardegna.

Raccontami del tuo Quarteto AfroCubano. Quando è nato e chi sono i suoi elementi?
Il nome del quartetto risponde a una semplice ragione, siamo tre cubani: Ernesto Simpson (batteria), Leandro Saint-Hill (sax, flauto e voce) e il sottoscritto (piano, tastiera, voce, composizione e direzione), tutti provenienti dalla stessa provincia di Cuba, ossia Camaguey. Poi c’è Childo Tomás Machanguela (basso), un africano originario di Maputo, in Mozambico, che rappresenta senza dubbio la colonna vertebrale del gruppo. A partire dall’ingresso nel quartetto di Ernesto, che conosco dall’età di 4 anno e con il quale ho studiato sin dall’infanzia, la nostra musica ha preso una direzione più basata sulle nostre radici autoctone e tradizionali. Si tratta di quella che la critica predilige chiamare Afro Latin Jazz, però in questo caso con un elemento che rappresenta in modo chiaro e vivo l’Africa (Childo Tomás). Dopo aver suonato in diverse parti del mondo abbiamo sentito che era ora di impegnarci in un progetto che realmente mostrasse le nostre sonorità come quartetto ed è da qui che nasce “Ilé”, il nostro lavoro più recente.

“Ilè”, per l’appunto, mostra ed esprime melodie assai ricercate, folgoranti ma molto cangianti. Di sicuro non è il solito cocktail di latin jazz e musica cubana che siamo abituati ad ascoltare. Tuttavia, quali erano i risultati che ti eri prefisso di raggiungere con questo progetto e come hai cercato di coniugare le composizioni del disco con il retaggio culturale e musicale cubano?
In modo molto semplice “Ilé” rappresenta un ritorno alle nostre tradizioni, alle nostre radici, sia quelle urbane che quelle di provenienza africana. È un riverito omaggio al nostro background musicale. Abbiamo voluto dire “Grazie” ad alcune delle influenze ricevute durante tutti questi anni e alle culture che hanno fatto e fanno ancora parte del nostro ventaglio sonoro come quella afroamericana, ispanico-flamenca e araba.

Facciamo un breve passo indietro e parliamo adesso di “Eggún”, il tuo precedente e riuscitissimo album. Come ti sei imbarcato nella registrazione di quel disco e in che modo hai voluto interpretare e approcciare l’estetica e il patrimonio musicale di Miles Davis?
“Eggún” è nato da una residenza proposta dal Festival Jazz di Barcellona nel 2009, durante la quale mi è stato chiesto che in occasione del cinquantenario di “Kind Of Blue” facessi una composizione che fornisse il mio punto di vista sull’opera . La mia prima reazione fu negativa, però dopo aver studiato l’opera più volte e allo stesso tempo aver intensificato le mie conoscenze su Miles Davis e la sua produzione, una frase di Miles ha fatto cambiare la mia decisione: in un’intervista a Miles, tratta da uno dei suoi video (“Live in Paris”), lui diceva “Be yourself!”. Questo ha fatto sì che io accettassi il progetto e lo sentissi come un cammino veramente personale. Come suggeriva Miles, fui me stesso e lungi dal tentare di riprodurre ciò che senza dubbio fu la grande strada maestra indicata da “Kind Of Blue “ ho solo cercato un cammino creativo basato totalmente sui soli e sulle parti individuali di Coltrane, Miles, Evans e Adelay. Il resto si trova nella musica di “Eggún”, però devo dire che è stato un processo molto bello e divertente e allo stesso tempo un’esperienza indimenticabile.

Dopo aver presentato il progetto al festival ricordo che un giornalista commentò che a quel punto avevo una scusa per fare un album e aveva ragione: un anno più tardi siamo entrati in studio di registrazione per documentare l’esperienza vissuta durante la permanenza al festival catalano, culminata alla fine in “Eggún”.

Eggún in lucumì significa “Antenati” ed è un umile omaggio ai nostri eroi del jazz che con la loro musica hanno creato l’architettura di un genere la cui filosofia di base è la “Libertà”, qualcosa che inzia a mancare nei tempi che corrono.

Hai collaborato, registrato e suonato molto dal vivo con Paolo Fresu. Che ne pensi di lui e del vostro progetto in comune “Alma”?
L’opportunità di poter condividere la musica e il processo creativo con Paolo Fresu e successivamente avere la fortuna di poter fare con lui concerti in giro nel mondo oltre a procurami un gran piacere hanno significato un formidabile apprendimento musicale personale, non solo della cultura sarda ma anche della musica in generale. La pace e l’amore che trasudano da ogni nota che Paolo suona mi hanno stimolato e ispirato a cercare in ogni momento un maggiore affinamento del mio modo di suonare. Il risultato di questa ricerca è stato “Alma”, il nostro primo progetto, ma in questo momento stiamo finalmente per terminare il nostro prossimo lavoro “Eros”, che sarà sul mercato a metà del prossimo anno con il marchio della sua etichetta Tuk Music.

Quali sono stati i momenti migliori della tua carriera fino a questo momento?
Ne ho vissuti davvero tanti. Però l’opportunità di poter portare in giro nel mondo la musica che faccio, per condividerla con persone provenienti da diverse culture, è senza dubbio il miglior regalo che ho mai avuto. Spero che continui ancora per tanto tempo…

Cosa significa per te la musica e come definiresti quella che tu suoni?
Musica è vita e la mia vita è la musica. La musica che faccio è la risposta alle mie esperienze di vita, alle mie tradizioni, al cammino percorso fino al giorno d’oggi.

Che sensazioni e impressioni hai riguardo ai legami diplomatici che si sono recentemente ristabiliti tra Cuba e gli Stati Uniti?
Era qualcosa che secondo la mia opinione doveva succedere molto prima, però credo che ancora bisogna aspettare per vedere dove porterà questo passo in avanti generato dall’amministrazione Obama, un personaggio che ammiro e rispetto per il suo coraggio, valore e decisionismo. Tali accordi e la fine dell’enbargo resteranno nella storia come alcuni dei successi politici a mio parere più importanti del XXI secolo. Ho fede e speranza che tutto andrà nella direzione migliore.

Sei mai stato a Napoli prima d’ora? Soprattutto, che tipo di repertorio proporrai al pubblico del Pomigliano Jazz Festival?

Sono stato a Napoli diverse volte e come dico sempre: “Adoro Napoli”, non solo per la sua cucina che è davvero spettacolare. Ho sempre avuto la sensazione che ci siano alcune similitudini con L’Avana, che abbiamo qualcosa nel nostro carattere che a mio parere ci fa sentire vicini. Credo che un cubano per lo meno una volta nella vita dovrebbe visitare Napoli.
Presenteremo il nostro più recente lavoro discografico chiamato “Ilé” che in Lucumì (lingua della Santeria, una delle religioni maggioritarie dell’isola) significa “terra”, “casa”. Sará un repertorio che tocchera alcuni dei nostri ritmi tradizionali come Conga, Cha -cha-cha, Danzón, Bolero, Guajira, Son insieme a elementi musicali della Santeria, tutto questo con l’Africa come colonna vertebrale, proprio per tener fede alla nostra ragione sociale.

Qual è, a tuo avviso, il messaggio ultimo e definitivo del jazz?
Libertà, unione tra culture, che attraverso il jazz possono dare come risultato una musica universale, multiculturale. È proprio ciò che noi cerchiamo quando creiamo e suoniamo.

Quali progetti hai per il futuro?
Prima di tutto cercare di continuare a creare musica con la stessa onestà con la quale ho potuto farlo finora. Ci sono molti progetti che devono uscire il prossimo anno, tra questi, come già ti ho detto, c’è quello con Paolo Fresu che si intitolerà “Eros”, dove filo conduttore è la sensualità. Spero anche di far uscire sul mercato il mio prossimo disco da leader che si chiamerà “Transparent Water”, una fusione tra le culture orientali, africane del Caribe e europee, un progetto incentrato sulla delicatezza e sullo spazio ma soprattutto sull’importanza dell’acqua e la sua trasparenza come elemento fondamentale del nostro pianeta, un problema basilare e cruciale, al quale non sempre prestiamo la dovuta attenzione e il rispetto necessario.

Intervista a cura di Olindo FortinoSound Contest – Musica e altri linguaggi

(Un sentito rigraziamento a Francesca Podda di Kino Music per tutte le facilitazioni che hanno reso possibile l’intervista)

Omar SOSA QUARTETO AFROCUBANO | Ilé
Omar Sosa
pianoforte, fender rhodes ed elettronica
Leandro Saint-Hill sax e flauto
Childo Tomas basso, voce e m’bira
Ernesto Simpson batteria

Venerdì 11 settembre, ore 20.30
Parco delle Acque – Pomigliano d’Arco (NA)

Ingresso Gratuito

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