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ARCHIE SHEPP: UN SAX AMERICANO TRA I FUJENTI

Ospite d’onore per “EX VOTO”, progetto speciale collocato nel cuore del Santuario e direttamente ispirato alla secolare storia e tradizione della Madonna dell’Arco, Archie Shepp è al terzo incontro con il sax di Marco Zurzolo.

Signor Shepp, ormai è quasi di casa al Pomigliano Jazz Festival. Cosa pensa di questa manifestazione?

È sempre un gran piacere tornare a Napoli e a Pomigliano. L’organizzazione e il pubblico mi hanno regalato dei bei momenti nelle due volte che ho suonato al festival. Ho notato una grande attenzione verso la cura della musica e dei musicisti. C’è allegria e partecipazione, tante cose interessanti che si muovono intorno ai concerti. Purtroppo non le ho investigate abbastanza. L’atmosfera però mi sembra perfetta.

Suonerà di nuovo a fianco di Marco Zurzolo. Che idea si è fatto di lui e dei momenti condivisi insieme sul palco nel passato?

Marco è un bravo musicista, ha energia e senso della melodia. Penso abbia una voce personale sullo strumento e riesce a farla sentire in ogni cosa che suona.

A proposito di “voce personale”, la sua ha marchiato a fuoco la storia del jazz. Come e quando è riuscito a trovarla?

Ci ho messo un bel po’ prima di capire di averne una. Rammento una delle mie prime registrazioni insieme a Bill Dixon negli anni Sessanta. È stata un’esperienza fondamentale. Prima di allora avevo inciso con Cecil Taylor e quello è stato un periodo molto bello ma anche piuttosto drammatico. All’epoca amavo e apprezzavo il suono di sassofonisti come John Coltrane, Lucky Thompson e Sonny Rollins. Impazzivo per come suonava Coltrane. Le sue soluzioni, il modo in cui arricchiva il suono erano incredibili. Ho cercato di fare e suonare come lui ma ogni volta era un disastro, nel senso che capivo il fallimento e l’incapacità d’essergli simile. Poi arrivò un pomeriggio in cui con Cecil e la sua band provammo un pezzo di Leornad Bernstein. Credo fosse “Somewhere”. In quel momento decisi di lasciarmi andare per vedere cosa ne uscisse fuori. E quello che ne uscì mi piacque molto. Era qualcosa che sentivo mio, la tradizione e la classicità del jazz, con dentro un pizzico del sound di Ben Webster. Finalmente capii che quella era la voce che stavo cercando, e da allora non l’ho mai più abbandonata.

Poi arrivò a suonare con Coltrane. Come e quando vi incontraste?

Andavo a vedere Monk suonare al Five Spot. Era l’epoca in cui avevo finito il college e mi ero appena sposato. Abitavo non molto lontano dal club e ogni sera ci andavo per assistere ai concerti di Monk e di Ornette Coleman. Quando Monk prese Coltrane nella sua band diventai spettatore fisso delle loro esibizioni. L’influenza di Coltrane su di me era all’apice in quel periodo. Una sera mi avvicinai per salutarlo, presentarmi e chiedergli dei consigli. Dissi che venivo come lui da Filadelfia. Lui fu molto gentile e mi annotò il suo indirizzo di casa in modo chiaro e preciso. La mattina successiva andai sulla Columbus Avenue e mi presentai con il mio contralto (all’epoca era quello che suonavo di più) davanti alla sua porta. Era abbastanza presto, intorno alle dieci. Coltrane aveva finito di suonare al Five Spot alle cinque di mattina e non ci avevo pensato. Mi sentivo stupido e imbarazzato. Sua moglie, Naima, mi aprì e mi fece accomodare. Aspettai che si John si alzasse e intanto osservavo il suo sassofono gettato sul divano. Lui apparve verso l’una, prese lo strumento e iniziò a suonare per un quarto d’ora. Poi si fermò e mi chiese “vuoi suonare qualcosa per me?”. Suonai un paio di cose e gli piacquero. Restammo a parlare per tutto il giorno e mi spiegò il tipo di accordi e scale che tentava di mettere insieme. Parlammo anche dei musicisti che gli piacevano: Monk, Miles Davis e Art Tatum.

La sua carriera di musicista è stata spesso intrecciata all’impegno politico e alla rivendicazioni dei diritti politici. Cosa contestava nel passato e quali problemi restano in piedi ancora oggi?

Ho ereditato e assorbito questo impegno fin da bambino, dal mio contesto familiare e dal posto in cui sono cresciuto. La questione razziale era molto sentita a casa. Mio padre era un attivista politico e teneva spesso riunioni con i suoi amici che non potevo fare a meno di ascoltare. Si leggevano i giornali e si discutevano le notizie di cronaca sui linciaggi e sulle umiliazioni perpetrati dai bianchi nei confronti dei neri. Sono tutte cose oggi risapute, ma io le ho viste da vicino e vissute sulla mia pelle. A Fort Lauderdale, la città dove sono nato, mia zia non potè usare e trovare un bagno disponibile. Fu costretta a tornare a casa sofferente. Con i musicisti neri la discriminazione era poi molto più evidente. Tanti grandi artisti di colore erano cercati e applauditi dai bianchi ma il trattamento che gli riservavano una volta finito lo spettacolo era spesso impietoso. Quando terminava di cantare Billie Holiday non poteva accostarsi e restare seduta al bancone dei liquori del locale, solo ai bianchi era permesso. Lei per bere qualcosa doveva andare nel retro, in cucina. Oggi negli Stati Uniti le cose sembrano migliorate, ma è solo un’apparenza. In realtà le differenze di trattamento per i neri permangono e sono ancora più inaccettabili.

Per finire, ha ancora senso chiamare “jazz” ciò che i musicisti delle ultime e nuove generazioni suonano oggi?

shepp_intervistaCome spesso dico e ripeto, il termine jazz ha un’origine francofona, nata e usata a New Orleans nei bordelli in cui i musicisti intrattenevano i clienti prima dei loro incontri con le prostitute I francesi usano la parola “jaser”, più propriamente un verbo, che indica l’atto di parlare e conversare. In Occitania usano invece la parola “jass” per indicare un ricovero o una stalla per gli animali. “Jazz” è pertanto un termine inventato e usato dai francesi e poi dai critici bianchi. La questione però non è semplice e spesso ha dato vita a delle evidenti contraddizioni. Duke Ellington e Max Roach, per esempio, provavano fastidio ad essere etichettati con la parola jazz. Loro e molti altri preferivano parlare di “black music” oppure “afro-american music”. Tuttavia, in modo assai paradossale, il termine “jazz” oggi avrebbe forse più senso e attinenza. L’approccio dei musicisti di oggi, i luoghi dove apprendono a suonare e poi vanno a suonare non hanno nulla a che vedere con quello che succedeva in passato. Oggi il jazz e il musicista jazz hanno una mentalità più accademica, intellettuale, propria dei bianchi e degli europei. Chi ascolta e fa jazz spesso proviene dalle classi borghesi medio-alte, non dai campi, dai ghetti e dalle classi operaie, come capitava in origine e tempo addietro. Anche i club e i locali dove si suonava sono scomparsi o notevolmente cambiati. Oggi sono posti raffinati, situati al centro e anche cari, dove chi va a suonare e ad ascoltare ha come unica preoccupazione lo stile, la tecnica o il semplice intrattenimento. Le cose che oggi gli afroamericani hanno da dire ed esprimere passano esclusivamente attraverso il rap e l’hip hop.

Intervista a cura di Olindo FortinoSound Contest – Musica e altri linguaggi 

MARCO ZURZOLO ”EX VOTO”
con FRANCESCO NASTRO, REGGIE WASHINGTON, GIUSEPPE LA PUSATA
ospite ARCHIE SHEPP

Marco Zurzolo sax contralto
Francesco Nastro pianoforte
Reggie Washington contrabbasso
Giuseppe La Pusata batteria

ospite
Archie Shepp sax tenore

Martedì 1 settembre ore 20.30
Chiostro del Santuario della Madonna dell’Arco – Sant’Anastasia (NA)
Ingresso gratuito

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