BOBO STENSON: LA GRANDE BELLEZZA DEL TRIO
Raggiungiamo Bobo Stenson per telefono di prima mattina, nella sua abitazione svedese situata in una graziosa cittadina non lontana da Malmö. Il celebre pianista scandinavo è d’ottimo umore. Con la sua proverbiale calma e disponibilità risponde ben volentieri ai numerosi quesiti che toccano il passato e il presente della sua brillante carriera.
Bobo, come sei diventato musicista e quando hai iniziato ad esibirti in pubblico come professionista?
Ho avuto il vantaggio e il privilegio di crescere in una famiglia dove la musica era molto amata e praticata. Mio padre suonava il piano e mia madre il violino. Poi c’erano i miei due fratelli, uno batterista e l’altro trombonista, e mia sorella, che studiava violoncello. Ho iniziato a prendere lezioni di piano classico all’età di sette anni, poi a dodici mi sono buttato nel jazz e nel blues, sempre grazie a mio fratello maggiore, il batterista. Con il suo giradischi si ascoltava insieme soprattutto Bud Powell, George Shering, Wynton Kelly e Miles Davis. Nello stesso periodo ho iniziato suonare in pubblico, nella mia città natale di Västerås e nei suoi dintorni, fino ai diciannove anni. Avevo fatto amicizia e messo in piedi un gruppo con dei miei coetanei, Ivar Lindell, contrabbasso, e Lars Färnlöf, che suonava la tromba. Poco più in là arrivò l’invito del sassofonista Börje Fredriksson di far parte del suo quartetto per suonare nei club di Stoccolma. In quella formazione incontrai anche Palle Daniellson. Di giorno andavo a scuola Västerås e il pomeriggio partivo con l’auto in prestito di mio padre per recarmi a Stoccolma. Poi in procinto d’intraprendere l’università mi trasferii a Parigi per diversi mesi, suonando in giro nei locali soprattutto con Gunter Hampel e Andrew White.
Chi sono stati invece i maestri e i modelli di riferimento d’inizio carriera?
Ho studiato per quindici anni con Werner Wolf Glaser, iniziando da quando ne avevo otto. Glaser era un pianista e un direttore d’orchestra ebreo, originario di Colonia. Devo tantissimo a lui. Nonostante le nostre lezioni fossero esclusivamente incentrate sulla musica classica mi ha incoraggiato ad abbracciare il jazz. Altrettanto importante, anche se non pianista, fu Börje Fredriksson, che putroppo morì molto giovane. Tra i pianisti che mi piaceva ascoltare c’erano invece Red Garland, Bill Evans, Bobby Timmons mentre John Coltrane e McCoy Tyner diventarono presto i miei eroi, quelli che ebbero maggiore influenza sul mio approccio alla musica. Adoravo Coltrane e suoi musicisti. Ebbi la fortuna di vederli suonare dal vivo a Stoccolma e a Parigi. Più avanti giunsero ad impressionarmi anche Miles Davis, Herbie Hancock e Tony Williams. Loro li ho potuti vedere dal vivo in Svezia e in Germania e di quei concerti conservo ancora un ricordo molto intenso ed emozionante.
Per un lungo periodo hai suonato con Charles Lloyd e poi anche con Don Cherry, partecipando a molti suoi tour e alla registrazione di “Dona Nostra”. Cosa puoi dirmi di entrambi?
Mi hanno fatto vivere esperienze fantastiche. Con Don Cherry ho suonato molto in giro per la Svezia, sin da quando si trasferì qui. Un musicista d’ampi orizzonti e dalla personalità incredibile. La sua influenza sulla scena jazzistica svedese e sulla sua crescita posteriore è stata enorme. Il mio incontro con Charles Lloyd avvenne invece più tardi, nel 1988. Era e resta sicuramente uno dei maggiori musicisti e compositori in circolazione. Fui onorato d’entrare nelle sue grazie e diventare suo amico e confidente. Ha sempre espresso dei giudizi generosi nei miei confronti. Sai, ho sempre avuto un debole per i batteristi, forse anche per via di mio fratello, così fui io a suggerire a Lloyd di prendere a bordo Billy Hart. Gli dissi: “Charles prova Billy, ne rimarrai contento”. Difatti lo fu e Billy rimase con noi per molti anni.
Hai una particolare e personale concezione del piano-trio? In altre parole, quali qualità e abilità devono entrare in gioco nel gruppo per sortire un buon interplay e un suono originale?
Purtroppo l’originalità è difficile da ottenere. Nei rari momenti in cui si è manifestata forse nemmeno me ne sono accorto. Nel trio mi piace avere dei partner propositivi, musicalmente aperti ad ogni genere e soluzione. Non sono propenso a fare prove frequenti. Certo, quando mettiamo su delle nuove composizioni siamo costretti a farlo ma il più delle volte suoniamo e pensiamo a idee per interpretare i pezzi in modo istantaneo e intuitivo. Odio dover dire ad un musicista cosa o come suonare. Ognuno nel gruppo sa benissimo cosa fare. In questo trio si improvvisa e si vede che accade. Fortunatamente otteniamo dei buoni risultati.
Cosa si prova ad esser stato uno dei primi artisti che ha inciso per l’ECM e a farne ancora parte?
Beh, cosa potrei dire? Sono più che contento! La mia avventura con l’ECM iniziò pressappoco nel periodo in cui suonavo con Stan Getz. Con Manfred Eicher non ho mai firmato nessun tipo di contratto. Quando arrivava il momento si registrava e basta. Devo ammettere che gli album in trio che ho finora pubblicato non sono molti ma l’ECM è un’ottima compagnia discografica e sono felice di far ancora parte della sua scuderia.
Presupponendo che tu mi conceda una risposta, qual è la tua opinione su Keith Jarrett e sulla sua nota avversione per le foto e per ogni tipo di disturbo o rumore durante i concerti?
Accidenti! Così mi metti in seria difficoltà. Prima d’ogni altra cosa credo che Jarrett sia uno straordinario improvvisatore. Un musicista in cui tecnica, fantasia e capacità creativa operano insieme in modo efficace e meraviglioso. Come lui non ce ne sono molti. Una vera star. Essendo tale sono tante e sicuramente troppe le persone che lo seguono e gli stanno intorno. Credo perciò che senta il bisogno di tenersi a distanza da loro, almeno per quanto gli è possibile. Ciò potrebbe alla fine farlo apparire un personaggio poco disponibile e distante dal pubblico. Ritengo che sia solo questo il motivo che nel tempo ha provocato e dato origine a certe sue insofferenze. Tra di noi ci conosciamo e non manchiamo di salutarci e parlarci quando accade d’incontrarci.
Secondo te cosa rende la scena musicale scandinava così unica e creativa, anche rispetto a quella degli Stati Uniti e degli altri Paesi?
Domanda interessante. Penso che tutto abbia che fare con la mentalità e le abitudini di noi gente del Nord. Siamo notoriamente silenziosi e riservati. Poi è una questione anche di clima, il freddo ci isola perfino tra di noi. Teniamo molto al folclore, alle nostre radici e tradizioni. Pertanto ci piace molto la musica folk e quella classica. Il linguaggio del jazz l’abbiamo appreso e assorbito dai musicisti americani che si trasferivano qui da noi e suonavano a Copenhagen o a Stoccolma. Però è un linguaggio che non abbiamo mai subito, piuttosto l’abbiamo mescolato e ampliato con la nostra curiosità verso i patrimoni di altre culture e i nostri interessi, che ripeto, riguardano soprattutto la musica folk, qui in Svezia molto sentita e seguita, e la tradizione classica. Sono tutte caratteristiche che si riflettono nel nostro modo di suonare e concepire la musica. In più siamo stati tra i primi in Europa a tentare esperimenti di contaminazione con la musica indiana e africana. Per gli afroamericani il jazz equivale alle proprie radici folk mentre per noi scandinavi quest’associazione univoca non è mai assoluta.
Intellettuale, istintivo o emotivo. Quale di questi aggettivi descrive meglio il musicista Stenson?
Sicuramente “emotivo”. La musica che mi piace ascoltare e suonare deve veicolare e suscitare emozioni.
Musica folk, classica, standard jazz e improvvisazione. Come riesci a far combaciare queste varie anime e direzioni nella musica del trio?
È un’inclinazione piuttosto naturale e spontanea, sia mia che dei miei splendidi partner. Credo che alla fine di tutto il punto di raccordo fondamentale tra le varie espressioni sia l’elemento melodico. Come gruppo siamo disponibili ad accogliere qualsiasi spunto, stile e influenza. Basta che possegga un’intrinseca bellezza, non necessariamente di carattere dolce ma anche aspro e selvaggio.
Quali ricordi e sensazioni ti ha lasciato la tua esperienza al fianco di Paul Motian?
Paul era una persona meravigliosa, un musicista sensibile e di straordinario talento. Insieme ci siamo divertiti tantissimo. Aveva un carattere solare e rideva sempre. Ci siamo conosciuti e siamo diventati grandi amici suonando insieme dal vivo in Inghilterra. L’ho poi invitato in Svezia a fare dei concerti con me e Anders Jormin. È lo stesso trio con cui ho registrato l’album “Goodbye” a New York. Era il periodo in cui ebbe diversi problemi e decise di non muoversi più da Manhattan. Rinunciò a qualsiasi tour e trasferta. Suonava la batteria con lo spirito e il divertimento di un bambino. Ottime o pessime che fossero le condizioni del set di percussioni messo a disposizione per i concerti, lui non dava mai problemi. Era un musicista molto accomodante, ispirava gioia, allegria e serenità. Mi mancherà tanto.
A cosa si deve il notevole intervallo di tempo che spesso occupa la pubblicazione di un album ripetto ad un altro? Hai forse bisogno delle giuste vibrazioni e motivazioni prima di entrare in sala di registrazione?
Sì, è vero. Ho bisogno di prendermi del tempo, sentirmi a mio agio con il nuovo materiale che il trio mette insieme. In fin dei conti sono aspetti commerciali che non m’interessano e preoccupano, come non m’importa se le composizioni che suoniamo siano vecchie o nuove.
Parliamo un attimo degli attuali membri del trio. Di Anders Jormin sappiano già abbastanza. Suona con te da parecchi anni ormai. Viceversa vorremmo sapere qualcosa in più sul tuo nuovo batterista, Jon Fält.
Sì, Anders ed io suoniamo insieme sin dalla metà degli anni Ottanta. Nel trio svolge un ruolo determinante anche per quanto riguarda il duplice versante della scrittura e degli arrangiamenti dei pezzi. Jon Fält l’ho conosciuto quand’era ancora ragazzo e frequentava il conservatorio a Stoccolma. Ero lì per un concerto di beneficenza e lo invitai a suonare con me. Mi fece un’ottima impressione. Qualche anno dopo Jon Christensen mi disse di voler lasciare il gruppo perché era stanco dei ritmi di lavoro e dei tour. Così contattai Fält proponendogli di unirsi al trio per una tournée in Islanda. Si rivelò una scelta indovinata e da quel momento è entrato in pianta stabile nel gruppo, partecipando alla realizzazione di “Cantando” e “Indicum”. Come musicista il suo atteggiamento è molto aperto ed esplorativo. In passato ha suonato con decine di band e formazioni d’ogni genere.
Quali sono i giovani pianisti che reputi più bravi e interessanti al momento?
Mah, ce ne sono diversi. Certamente uno di questi è Jason Moran.
Quale sarà il repertorio che il Bobo Stenson Trio proporrà al pubblico del Pomigliano Jazz Festival nel concerto inuagurale del prossimo 29 agosto presso il Palazzo Mediceo di Ottaviano?
Suoneremo una selezione di brani dagli ultimi due album, “Cantando” e “Indicum”, poi sicuramente eseguiremo qualche nuova composizione.
Infine, quali progetti ti vedranno impegnato nell’immediato futuro?
Sto lavorando con un sassofonista e un ensemble belga di musica classica. Poi chissà, dopo tanti anni mi piacerebbe anche registrare un altro disco per piano solo. Il primo e unico finora realizzato è uscito nel 1983 su Caprice Records, s’intitolava “Sounds Around The House”, una registrazione domestica ormai quasi introvabile.
Intervista a cura di Olindo Fortino – Sound Contest – Musica e altri linguaggi
BOBO STENSON TRIO
Bobo Stenson pianoforte
Anders Jormin contrabbasso
Jon Fält batteria
sabato 29 agosto ore 20.30
Palazzo Mediceo – Ottaviano (NA)
Ingresso gratuito



