ENRICO PIERANUNZI: SUGGESTIONI MEDITERRANEE
Sensibile esteta del piano jazz e artista dalla nobiltà d’animo più unica che rara, Enrico Pieranunzi è uno tra i pianisti italiani più rappresentativi e osannati al mondo. La suggestiva Villa Augustea di Somma Vesuviana sarà lo scenario che ospiterà il suo concerto in duo con il sopraffino clarinettista Gabriele Mirabassi.
Come nasce il sodalizio artistico con Gabriele Mirabassi?
L’anno chiave fu il 2000. Incidemmo insieme due dischi molto diversi tra loro: Racconti Mediterranei, per la Egea Records (in trio con Marc Johnson) ed Evans Remembered, un album che progettai e realizzai per la Via Veneto Records in occasione della ristampa del mio libro su Bill Evans intitolato Ritratto d’artista con pianoforte. In entrambi i progetti Gabriele diede un contributo decisivo, mostrando una personalità musicale eccezionale per gusto, intelligenza e fantasia. Dopo quei due bellissimi incontri le nostre strade si sono separate per un po’ e, di recente, si sono rincrociate dando vita a una nuova e intensa collaborazione.
Gran parte delle tue composizioni originali si fondano sul sincretismo tra musica classica e jazz, due generi apparentemente agli antipodi. Come hai costruito questa fascinosa commistione?
Mi piace il termine “sincretismo” che hai usato. Si adatta bene a una fusione di linguaggi che, nel mio caso, è venuta fuori con naturalezza. Tutto nasce infatti dalla mia storia musicale personale, la cui particolarità è nel fatto che non sono passato da un linguaggio all’altro, ma ho cominciato fin da bambino a frequentarli entrambi con uguale interesse e passione, portandoli poi avanti tutti e due parallelamente. L’esito di questa doppia via è stato un linguaggio compositivo in cui gli elementi jazzistici e quelli europei colti hanno iniziato presto a convivere senza conflitti, pacificamente. Un’operazione che non è stata concepita a tavolino, ma è stata semplicemente la conseguenza necessaria, direi biologica di esigenze espressive.
Quanto è importante, per un pianista jazz, conoscere approfonditamente il repertorio della musica classica?
Può essere molto importante, ma può anche non esserlo affatto. Ci sono esempi di pianisti sia storici (Monk), sia in piena attività (il nostro bravissimo Dado Moroni), che non hanno un background classico. Mi è capitato piuttosto spesso di avere studenti dotatissimi quanto a creatività, musicalità e senso del jazz che non avevano alcun bagaglio classico. Il jazz funziona in modo molto fisico (uso il termine in senso più ampio possibile) e sovente, purtroppo, l’aspetto psicocorporeo del far musica viene dimenticato negli studi classici. Da questo punto di vista sarebbe meglio, in teoria, non studiare musica classica se si vuole fare del jazz. Però è anche vero che una frequentazione non superficiale del repertorio classico può contribuire ad ampliare e personalizzare il proprio linguaggio improvvisativo.
A proposito di musica classica, sei un grande estimatore di Domenico Scarlatti, tanto da incidere un disco nel 2008 prodotto dalla Cam Jazz intitolato Enrico Pieranunzi plays Domenico Scarlatti – Sonatas and Improvisations. Qual è l’aspetto della sua musica che ti colpisce maggiormente?
Sono molti. Comincerei dalla forza travolgente dei temi per proseguire con la capacità straordinaria di costruire, grazie a questi, forme perfette. Aggiungerei la vitalità e il calore mediterranei della sua musica, la dirompente energia ritmica e improvvisativa delle sue sonate. Concluderei sottolineando l’intensità della narrazione sonora, che fa delle sonate scritte dal geniale Domenico Scarlatti dei veri e propri racconti brevi paragonabili a quelli di un grande scrittore.
Da jazzista, invece, hai spesso dichiarato di amare particolarmente il 3/4. Da dove deriva la tua passione per questo cullante tempo ternario?
Nel 3/4 c’è in generale più spazio per la melodia e, soprattutto, questo tempo offre rispetto al tradizionale 4/4 molte più possibilità di combinazioni ritmiche sovrapposte e in contrasto tra loro: 2 contro 3, 4 contro tre e così via. In pratica, la cosiddetta poliritmia. Anni fa, nei libri che parlavano di jazz, si scriveva che non era possibile swingare se non suonando in 4/4. Ma la storia del jazz ha smentito clamorosamente questo presunto dogma. Basti pensare al celebre My Favorite Things di John Coltrane, una sorta di manifesto del 3/4 nel jazz moderno. Preceduto peraltro da brani magari meno appariscenti, ma ugualmente profetici come il delicato Waltz for Debby di Bill Evans o, ancora prima, dal suo straordinario Very Early scritto addirittura nel 1949.
Hai firmato una quantità industriale di brani originali. C’è una tua composizione in particolare alla quale sei indissolubilmente legato?
Sono diverse e per motivi diversi quelle a cui sono legato. Volendo scegliere direi Don’t Forget The Poet, un brano scritto più di 30 anni fa, che inaugurò un nuovo corso nel mio modo di scrivere e che è ancora molto amato ed eseguito in giro. E l’ultimo, Come Rose dai Muri, che suoneremo con Gabriele Mirabassi al concerto del 10 settembre.
A tuo avviso, chi è il pianista jazz italiano attualmente più promettente?
Secondo me Enrico Zanisi. Per il tocco pianistico, la sapienza costruttiva dei suoi brani, la capacità di organizzare il suo trio. Ha una sua poetica di impressionante maturità, considerando la giovane età. Un grande talento.
Ritornerai a Pomigliano Jazz in Campania in occasione della sua ventesima edizione. Suonerai in duo con Gabriele Mirabassi, uno tra i musicisti jazz italiani più estrosi ed espressivi in circolazione. Quale progetto presenterete?
Eseguiremo brani tratti dai nostri dischi “mediterranei” e, dato il contesto molto particolare e fascinoso in cui ci troveremo a suonare improvviseremo liberamente cercando di sintonizzarci con l’atmosfera speciale del luogo.
Intervista a cura di Stefano Dentice – Sound Contest – Musica e altri linguaggi
Enrico PIERANUNZI e Gabriele MIRABASSI | Canto Antico
giovedì 10 settembre 2015 ore 20.30
Villa di Augusto – Somma Vesuviana (NA)
posto unico 15 euro




