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MARIA PIA DE VITO: DA NAPOLI A RIO PASSANDO PER IL VESUVIO

Sono quasi le 11 di mattina e dall’altra parte del telefono c’è Maria Pia De Vito. Attiva e impegnata come sempre, l’artista e cantante partenopea ha appena terminato di tenere una lezione ai suoi allievi. Una vitalità travolgente giunge forte dal timbro della sua voce e dalla ricchezza di particolari che affluiscono nelle sue risposte. La nostra conversazione parte ovviamente dal concerto che il 30 agosto la vedrà protagonista sul cratere del Vesuvio insieme ad Enrico Rava e Roberto Taufic. Un progetto inedito, targato Pomigliano Jazz in Campania, per una location decisamente unica e “speciale” come la celebrazione del ventennale del festival.

Maria Pia, mi racconti com’è nato il progetto “Sarau sul Vesuvio”? Sei stata tu a decidere il nome e a volere con te Enrico Rava e Roberto Taufic?
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Sì, li ho scelti io. In realtà il discorso è questo. Onofrio (Piccolo) mi ha invitato a fare qualcosa sul cratere del Vesuvio, facendomi anche presente che doveva essere qualcosa legato a Napoli ma con un respiro internazionale. Il progetto è comunque nato da una curiosa circostanza e coincidenza di eventi. In pratica dal 2007 ad oggi sembra che il Brasile stia vendendo continuamente a prendermi per mano, nel senso che prima mi hanno proposto un progetto denominato “Napoli Bahia”, dopo di che Guinga mi ha invitato a cantare con lui e io pertanto ho iniziato a tradurre in napoletano le sue canzoni. Quando io e lui ci siamo incontrati non stavo affatto praticando la musica brasiliana, anche il mio portoghese era arrugginito. Quando mi ha sentito improvvisare in napoletano su un suo pezzo ha esclamato: “è meraviglioso, funziona benissimo”. Gli ho tradotto così, al volo, sei pezzi, abbiamo fatto il primo concerto insieme e subito dopo mi ha portato con sé in Brasile a suonare. Nel frattempo io con Huw Warren, il mio pianista, ho incominciato proprio a esplorare questo confine tra la musica napoletana e il Brasile, una cosa che ha coinvolto poi anche Gabriele Mirabassi, grande specialista ed esperto del genere con cui ho suonato tante volte. Quindi, tornando a quello che ti raccontavo sull’incontro con Guinga, io ho tradotto “Olha Maria”, standard tra i più classici di Carlos Jobim con testo di Chico Buarque e Vinícius De Moraes e tramite il giornalista Max De Tomassi l’ho sottoposto a Chico Buarque che molto compiaciuto ha dato la sua approvazione. Perciò, con questo generoso e commovente riconoscimento, l’ho potuto pubblicare sul mio album “‘O Pata Pata” come “Curre Maria”. Poi sempre Max De Tomassi mi ha invitato a partecipare come ospite al disco degli InventaRio con Ivan Lins e lì ho tradotto in napoletano “Renata Maria”, di Lins e Buarque, con il titolo “Stella d’A Mia”. Il brano l’ho inciso in duetto con Ivan Lins e questo disco “InventaRio incontra Ivan Lins”, incredibilmente ha ricevuto una nomination ai Latin Grammy Awards finendo tra i cinque finalisti per la categoria miglior disco di música popular brasileira. 

Nel frattempo ho inciso quest’anno un disco con Guinga, composto di canzoni sue e canzoni brasiliane che dovrebbe uscire ed essere presentato in Brasile a settembre, una registrazione a cui abbiamo partecipato io, Maria João, Esperanza Spaldilg e Mônica Salmaso. Perciò, ricollegandoci al progetto del concerto sul Vesuvio per Pomigliano Jazz, sono praticamente immersa da un bel po’ nel mondo della musica brasiliana e in tutto questo ho suonato anche molto con Roberto Taufic. Il fatto di suonare sulla cima del Vesuvio imponeva che non ci fosse il pianoforte. Allora ho pensato subito alla chitarra di Taufic, con il quale, ti ripeto, c’è una grande intesa avendoci suonato spesso insieme. In seguito mi è venuto in mente Enrico Rava, che aveva suonato con me nel ’95, nella prima formazione dell’album “Nauplia”. Rava mi aveva sempre detto di amare il mio modo di interpretare le canzoni napoletane. Mi è venuto spontaneo pensare a lui anche per un altro motivo: il suo lirismo e la sua sensibilità per la melodia mi sembravano particolarmente perfetti e adatti per un discorso evocativo. Il titolo che ho pensato per il progetto, “Sarau sul Vesuvio”, esprime anche questo desiderio ed invito ad incontrarsi tra amici che suonano, partecipare cioè a un party intimo e privato fatto di musica che i brasiliani indicano con il termine “sarau”. Pertanto mettere insieme una voce, una tromba e una chitarra mi è sembrato il modo migliore per tradurre quest’idea d’intimità musicale. Tra di noi ci divertiremo a improvvisare, a fare qualche “pazzaria” di quelle che a me piacciono tanto, ma sicuramente ciò che la farà da padrone sarà la poesia della lingua napoletana, sia nei miei testi in napoletano su dei brani brasiliani e sia su delle canzoni proprio napoletane. Per esempio “Voce ‘e notte”, che in questo momento sto spesso eseguendo in duo con Huw Warren, trasportata in questo nuovo contesto del trio mi sembra perfetta.

Che mi dici dei riconoscimenti, anche internazionali, arrivati per “Il Pergolese”, tuo primo album inciso per la ECM? Come ti sei inserita nel glorioso repertorio musicale della “scuola napoletana”?
Idevito_intervista2n passato mi ero già cimentata su cose del genere ma non avevo mai affrontato lavori così impegnativi e monografici. C’era stata qualche incursione più nel tardo Cinquecento con “Ancorchè col partire”, pezzo incluso nell’album “Phonè”, poi “Cachonne” con il clavicembalista Claudio Astronio e soprattutto “Coplas a lo divino” nel progetto che mi vedeva insieme ad Astronio, Michel Godard e Paolo Fresu. Insomma musica sacra e antica ma molto varia, non avevo mai preso in considerazione un singolo autore. “Il Pergolese” è nato da una commissione del festival di musica classica “Pergolesi Spontini” a Jesi. Fu una proposta inaspettata, che mi lasciò quasi senza fiato. In quel periodo stavo già lavorando con Anja Lechner e Michele Rabbia ad un progetto per il “Roden Crater” di James Turrell, guarda caso un altro vulcano entrato nella mia vita, e con loro s’era già creata una bella sintonia. Anja aveva una formazione classica perfetta, nel suono e nell’intonazione, ma era anche un’ottima improvvisatrice di colori. Michele è invece quel grande sperimentatore del ritmo e del suono elettronico che tutti sappiamo. Entrambi mi hanno suggerito di coinvolgere François Couturier, che aveva già fatto diverse riletture dei lavori di Pergolesi. Le ho ascoltate, mi sono piaciute e dopo averlo chiamato abbiano dato inizio alla cosa. Grazie alla Fondazione Spontini ho potuto effettuare una grande scelta e selezione del materiale, soprattutto quello vocale, nello stesso tempo ho fornito le partiture a tutti gli altri affinchè scegliessero quelle per loro più stimolanti e personalmente idonee. Infatti desideravo lavorare su un progetto condiviso, che non fosse solo mio, stante anche il fatto che mi muovevo su un territorio fino a quel momento poco frequentato. Poi mi sembrava bello avvicinare a quel materiale quattro tipi di competenze e approcci diversi. Rabbia aveva alle spalle tantissimi ascolti di musica classica e contemporanea. Couturier aveva fatto e vissuto l’avanguardia parigina e aveva sempre lavorato con cantanti e musicisti specialisti del barocco. La Lechner era invece formidabile sia nel repertorio classico sia nell’improvvisazione. Quindi insieme siamo approdati a “come” rileggere gli originali, lavorando in modo libero e creativo ma anche conservando il rigore che necessita un autore importante come Pergolesi.

Dagli inizi della tua carriera ad oggi, sono per caso cambiati dei nomi tra i tuoi modelli di riferimento?
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Diciamo che ho mille modelli e nessuno. Sono sempre stata così subito dopo l’inizio del mio lavoro con il jazz. Io dico sempre che un modello lo devi far scendere dal piedistallo e ci devi entrare in rapporto musicale, altrimenti rischi di restare schiacciato sotto quel piedistallo. Io ho avuto la fortuna di lavorare e collaborare con grandi artisti e artiste della voce davvero interessanti. Quando dico “interessanti” mi riferisco al fatto che tali artisti hanno quella traccia di originalità che equivale ad una certa integrità, dove per “integrità” intendo il fatto d’essere in pace con la propria voce. In questa tipologia d’artisti che ammiro includo Norma Winstone, che sebbene appartenga ad una certa generazione continua a dimostrare negli ultimi dischi un’intensità e una freschezza soprendenti. Maria João ha sempre la sua grande originalità e in questo momento, in particolare, sta facendo tante cose volte a trasformare il suo stile, tipo lavorare molto con l’elettronica. Non vedo l’ora di lavorare accanto a lei e a Guinga nei concerti in Brasile che faremo a settembre. Mônica Salmaso è secondo me la più grande cantante brasiliana del momento, possiede una naturalezza tale da far credere che il canto non gli provochi alcuno sforzo. Poi in Europa amo follemente Sidsel Endresen, dai suoi dischi ECM a quelli in duo con Bugge Wesseltoft, nei quali dimostra la grande poetessa che è oltre all’intelligenza di scegliersi ottimi musicisti. Negli ultimi tempi sta tenendo una linea di ricerca e e un percorso di sperimentazione davvero durissimi. Qualcosa che, per inciso, dovrebbe essere d’esempio a tanti giovani cantanti italiani, i quali invece sappiamo quali scorciatoie televisive prediligono. Proseguendo ti posso dire che mi piace molto anche Theo Bleckmann, che viene dal giro di Meredith Monk. Poi ci sono i vari grandi, Kurt Elling, la nostra Roberta Gambarini che canta con una tecnica ineccepibile e una perfezione formale che traspaiono soprattutto nelle registrazioni.

Hai citato la Gambarini ma ultimamente l’Italia sembra davvero un bel vivaio di cantanti dedite al jazz. Non ti pare?
Beh, da noi c’è davvero tanta gente che fa delle belle cose, vocalmente parlando. Ci sono Barbara Casini, Cristina Zavalloni, Petra Magoni, Chiara Civiello che maneggia con tanta sapienza il versante più pop oppure Silvia Donati, anch’essa preparatissima. Ho paura di dimenticare dei nomi, perciò preferisco smettere. Però c’è davvero tanto talento in giro.

Sul piano tecnico che tipo di esercizi e strategie adotti per allenare la voce o avvicinarti a un pezzo? Hai qualche metodo particolare che ti va di svelare?
Certo. Molto volentieri. Diciamo che da qualche anno a questa parte sto studiando insieme a due maestre americane, Lisa Paglin e Marianna Brilla, due ex cantanti liriche che insegnano, sia a cantanti d’ogni genere che ad attori, una metodologia di contatto sulla voce molto interessante. Per dirla in maniera semplice e poco astrusa è un metodo basato sul “bel canto”, ossia quello che era il canto prima che arrivasse il melodramma e l’orchestra con la relativa richiesta del volume della voce come prima caratteristica. Oggi, per esempio, in un’opera lirica devi avere almeno tre sostituti perché il volume dell’opera è talmente stentoreo e pazzesco che molto spesso neanche due cantanti riescono a reggerlo. Questo spiega il numero così alto di cantanti d’opera che si son dovuti sottoporre a interventi chirurgici sulle corde vocali. Una caratteristica di questo metodo è che io in pratica “canticchio” tutto il santo giorno, praticando un suono libero da pressioni indebite. Un altro esercizio è quello di cantare servendomi del pianoforte, strumento che suono e di cui mi servo tantissimo sia per studiare che per provare. Inoltre per capire come interpretare e cantare al meglio un brano ho sempre bisogno della partitura, anch’essa da suonare personalmente al piano.

Molto affascinante e peculiare è anche il modo in cui usi la gestualità mentre canti. Da dove deriva quest’attitudine?
La gestualità è involontaria. Quando ho iniziato a cantare ero in realtà timidissima. Avevo la sindrome del pesce lesso, sembrava quasi che stessi in uno scafandro. Poi con l’improvvisazione ho sentito l’esigenza di avvertire la musica e il ritmo anche fisicamente, nel corpo e nelle ginocchia. Oggi è per me importante anche il livello di consapevolezza fisica della musica. Dopo il disco d’improvvisazione “Tumulti”, che tra l’altro presentai dal vivo a Pomigliano insieme a Patrice Heral, finalmente cambiò il mio rapporto con il corpo sul palco. Spesso dal vivo mi muovo tantissimo, ma non sono cosciente di quello che faccio, nel senso che non c’è nessuna progettualità o finalità coreografica. Il rapporto con il corpo è lo stesso che ho la musica quando faccio improvvisazione, cambia e si aggiorna secondo per secondo.

In conclusione, quali progetti e lavori ti vedranno protagonista nell’immediato futuro?
Come ti ho già detto prima ci sarà il disco con Guinga che uscirà a settembre in Brasile. Non so però quando avrà una distribuzione europea. Poi in agguato c’è un altro volume di “Mind The Gap”. Nel frattempo ho messo su un nuovo quintetto, con una separata ragione sociale, di cui fanno parte Rita Marcotulli, Marcello Allulli, Francesco Ponticelli e Alessandro Paternesi. Infine ci sono moltre altre cose. Dovremmo riprendere a breve la “Roden Crater Suite”, il duo con Rita Marcotulli e ovviamente quello con Huw Warren.


Intervista a cura di Olindo FortinoSound Contest – Musica e altri linguaggi 

MARIA PIA DE VITO, ENRICO RAVA, ROBERTO TAUFIC | SARAU SUL VESUVIO

domenica 30 agosto 2015 ore 16.00
Cratere del Vesuvio

posto unico 25 euro
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