STEVE COLEMAN: GLI ELEMENTI DI UN SUCCESSO
A partire dagli ultimi anni Ottanta Steve Coleman ed i suoi Five Elements hanno lasciato indelebili tracce nell’ambito più sperimentale e ipercontaminato della musica afroamericana. Dischi come “On The Edge Of Tomorrow” (JMT, 1986), “World Expansion” (JMT, 1987), “Sine Die” (Pangaea, 1988), “The Tao Of Mad Path Fringe Zones” (Novus, 1993), “Curves Of Life” (BMG, 1995), “Lucidarium” (Label Blue, 2004) insieme a tutti quelli pubblicati negli ultimi tempi con il marchio PI Recordings (tra cui “Harvesting Semblances And Affinities” del 2010 e “Functional Arrhythmias” del 2013) possono essere considerati imprescindibili tasselli della grande continuità creativa della black music. In essi il sassofonista e compositore originario di Chicago non ha mai mancato di sfoderare una scioltezza improvvisativa con pochi eguali sul contralto, combinata a una concezione timbrico-armonica caratterizzata da un costante fraseggio ripetitivo.
Su un sottofondo ritmico binario Coleman è solito proporre una tavolozza d’estrema varietà stilistica e strumentale: sintetizzatori, tracce di rhythm and blues, percussioni, improvvisazioni secondo la maniera post-free, trame funky, impiego di sonorità ipnotiche e quasi jungle, costanza degli elementi vocali con chiari richiami al rap e all’hip hop, oltre ad una brillante miscela di svariate forme canore e sonore prelevate dalla ricca tradizione poliritmica africana, latino-caraibica e dalla ritualità indiana. Tutto ciò permette alla musica di Coleman il pregio non comune di sfuggire a qualsiasi tipo di catalogazione o etichettatura.
Promotore insieme ad altri influenti personaggi cresciuti nell’area avanguardistica newyorchese (Greg Osby, Don Byron, Robin Eubanks, Gary Thomas, Cassandra Wilson, Geri Allen e tanti altri) del movimento collettivo M-Base ( Macro Basic Array Of Structured Extemporisation), Steve Coleman è un artista antiaccademico, che sin dagli esordi ha messo in campo musicale un taglio “politico” e “mentale” che ha fatto subito pensare al recupero di una certa idealità e coscienza afroamericana.
Professionalmente esigente e caratterialmente difficile da trattare, Steve Coleman ha spesso manifestato (in modo più appariscente nel passato) molte similitudini con la figura spinosa e l’indole intellettualmente polemica e ribelle di Miles Davis. Oggi sembra tuttavia più accomodante e in pace sia con l’ambiente musicale (leggi musicisti e artisti di altre correnti) sia con certa critica musicale che anni addietro hanno saggiato sulla propria pelle le sue dichiarazioni sprezzanti e fuori dai denti.
A prescindere da un pomposo simbolismo esoterico e da eccentriche concezioni filosofico-naturalistiche che sempre più ispirano e contornano le sue ultime produzioni, non si può negare a Steve Coleman una coerenza estetica e una coscienza filantropica traslate nel quotidiano e nel sociale in modo assai pratico. Tanto per fare un esempio sul proprio sito e blog il musicista ha da tempo reso accessibili in download gratuito gran parte dei titoli della sua consistente discografia, mosso da un autentico spirito di comunione e diffusione delle idee e della musica, soprattutto nei confronti di quel pubblico che per evidenti condizioni di svantaggio e disagio economico la musica di un certo livello non se la può permettere. Una decisione e un atteggiamento sicuramente encomiabili, al giorno d’oggi ancora raramente riscontrabili nella stragrande maggioranza delle personalità musicali di spicco.
Dopo un periodo di stasi creativa, il linguaggio e la progettualità musicali di Steve Coleman hanno, da una decina d’anni ormai, acquisito una nuova freschezza e originalità, corroborati dall’inesauribile spirito di ricerca e dai frequenti periodi sabbatici che l’artista ama concedersi, tra un progetto e l’altro, per viaggiare in giro per il mondo e attingere da diverse culture. Gli ultimi risultati di tali esperienze riecheggiano forti e vincenti nell’ultimissimo album “Synovial Joints” (PI, 2015) ascritto al redivivo ensemble Council Of Balance, formazione allargata di ben 21 elementi tra cui figurano al gran completo anche quelli dei suoi prediletti Five Elements. Un album di spessore (ispirato ai suoni naturali registrati in Amazzonia), applaudito dalla critica e incorniciato dai prestigiosi premi e fondi economici (Guggenheim Fellowship, Doris Duke Impact Award e McArthur Fellowship) che Steve Coleman si è meritatamente aggiudicato nell’ultimo paio d’anni.
a cura di Olindo Fortino – Sound Contest – Musica e altri linguaggi
Steve Coleman Alto sax
Jonathan Finlayson Tromba
Maria Grand Tenor Tenor sax
David Briant Piano
Anthony Tidd Basso
Sean Rickman Batteria
STEVE COLEMAN AND FIVE ELEMENTS
Mercoledì 2 settembre, ore 20.30
Basiliche Paleocristiane – Cimitile (NA)
posto unico 15 euro
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